• 14 marzo 2019

Cappannoni o Socrate?

Filosofia in azienda

Non può non farci riflettere la notizia che abbiamo letto nei quotidiani del Nord Est di qualche giorno fa e disponibile a questo link.

Oltre il 12% dei capannoni, costruiti nel Nord Est negli ultimi decenni, ora sono dismessi.

Migliaia di stabili nati grosso modo negli anni Ottanta, quando era in voga il cosiddetto modello Nord Est, risultano abbandonati, vuoti, silenziosi, con l’erba che cresce dura nei cortili di cemento. Salvatore Quasimodo nel 1945 aveva scritto una stupenda poesia – Alle fronde dei salici - in cui tra l’altro dice: “l’erba dura di ghiaccio”. Proprio come l’erba che tristemente sancisce il silenzio tombale dei capannoni deserti delle nostre regioni.

Per curiosità, la maggior parte di questi capannoni, che un tempo risuonavano di metalli e soprattutto di uomini e donne, sono distribuiti nelle provincie di Treviso e Padova, due punte di quello che negli ultimi decenni era il quadrilatero veneto, che ben reggeva il confronto con il più storico triangolo industriale costituito da Milano, Torino, Genova. 

Sembrano altre epoche, o addirittura altri luoghi. Invece è di noi e dell’oggi che si parla!

Si dirà: "sono i risultati della lunga crisi"; oppure "è colpa della globalizzazione"; o, ancora, "tutto dipende dalla robotizzazione che spazza via braccia umane".

Sarà anche per queste ragioni; anzi, certamente qualcosa dipende anche da questi fattori che sono difficilmente controllabili dai singoli, soprattutto dalle piccole e medie imprese, di cui è costituito il panorama industriale nostrano.

Ma che tutto dipenda solo da queste macro ragioni, non ne sono affatto convinto. Per due motivi: in primo luogo perché, proprio mentre alcuni capannoni chiudono, nello stesso periodo altri non solo tengono aperto, ma addirittura ne aprono di nuovi e non solo – come verrebbe spontaneo ipotizzare – perché delocalizzano, ma perché hanno saputo affrontare il secondo aspetto: in quei capannoni i titolari hanno condotto a buon termine la primaria operazione che ciascuno, non solo imprenditore, dovrebbe fare con se stesso.

Si tratta della più antica operazione che la nostra cultura, umanistica prima che economica o tecnologica, ci ha insegnato e tramandato con la solennità e grandiosità della figura di Socrate.

Conoscere se stessi. 

Per un imprenditore è troppo poco e riduttivo confinare la conoscenza di se stesso alle sole finanze o alle risorse materiali di cui solitamente si parla nei bilanci aziendali e nei business plan. Se questi aspetti sono importanti, molto importanti, non sono tuttavia sufficienti a condurre e coordinare uomini verso un medesimo obiettivo.

Perché di questo, alla fine, si tratta: un’azienda, sia essa del settore primario, del secondario, del terziario o del terziario avanzato altro non è che una comunità di uomini coordinati al fine di conseguire un obiettivo usando risorse e mezzi.

La nostra formazione, o meglio, deformazione culturale ci ha abituati a pensare che per fare impresa servono mezzi e risorse; semplificando: servono soprattutto soldi. Come se le persone fossero una variabile accidentale, trascurabile, secondaria. Conseguentemente quando si fanno i conti – i cosiddetti bilanci – nelle due colonne non si mettono mai le persone; o meglio, si mettono i costi delle persone, cioè le paghe, le consulenze, gli onorari, ma niente che abbia a che fare con la testa e soprattutto con il cuore delle persone.

Eppure, è così ovvio capire che tutto dipende primariamente dal muscolo cardiaco delle persone con tutto quello che questo complesso organo comporta: emozioni, sensazioni, vibrazioni, percezioni, che portano dirette alle relazioni.

E dalle relazioni dipendono le azioni: utili e profittevoli, oppure dannose e opache.

Qual è la persona che prima di tutte dovrebbe conoscere se stessa, se non colui che per scelta e mission ha deciso di mettersi a capo di una comunità di lavoratori, cioè l’imprenditore?

Ho un dubbio persistente, che si consolida a mano a mano che passano gli anni: l’imprenditore è consapevole che il suo vero e primo compito è quello di conoscere se stesso se vuole guidare altri uomini e donne a raggiungere i cosiddetti obiettivi aziendali?

Per facilitargli il compito, gli propongo un cruscotto di indicatori a cui dovrebbe ogni giorno guardare, per evitare che la sua automobile vada in panne e all’esterno del capannone cresca l’erba dura di ghiaccio, come diceva Quasimodo:

  1. avere chiari gli obiettivi a breve, a medio e a lungo termine;
  2. avere consapevolezza delle proprie credenze (circa se stesso, le persone, gli affari);
  3. avere chiara la mappa dei valori a cui non vuole rinunciare;
  4. conoscere le vere motivazioni per cui ha scelto dai essere – prima che di fare – imprenditore;
  5. seguire uno stile di vita regolato o, come si dice in musica, ben temperato.

In buona sostanza, era quello che significava l’oracolo di Delfi con la celebre scritta: conosci te stesso, che divenne la stella polare di persone del calibro di Socrate e di molte altre, su cui si è costruito il meglio e il bello della nostra cultura.

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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