• 25 maggio 2018

Con la pancia o con i numeri?

Recensione eventi

Adam Smith e la caduta di un mito.

Correva l’anno 2003. Era il periodo della mia maturità all’istituto commerciale. Se sentivi nominare il nome Adam Smith partiva un mantra recitato a memoria come il Santo Rosario: “All’aumentare della domanda, il prezzo diminuisce, perché il libero mercato – guidato da una “mano invisibile” – tende sempre all’equilibrio perfetto”.

Semplice, vero?

Qualche decennio più tardi, in pieno Dopoguerra e di fronte alla Crisi del ’29, si capì che le cose non stavano esattamente in questo modo. John Maynard Keynes suggerì allora che l’intervento dello Stato era indispensabile per rinvigorire le decadenti economie post-belliche e diede il via alla folkloristica epoca del deficit spending per dare impulso alle attività d’impresa.

Con buona pace dei conti pubblici che si ritrovarono ben presto in rosso.

Gli accordi internazionali che seguirono il Secondo Dopoguerra, la crisi petrolifera degli anni ’70 e il boom economico degli anni ’80 sono stati il terreno fertile che ha portato all’apertura dei mercati, alla globalizzazione e all’affermarsi della finanza sull’economia reale.

Di recente, anzi proprio l’anno scorso, tale prof. Richard Thaler ha vinto il Nobel in Economia per “aver inserito ipotesi psicologicamente realistiche nelle analisi del processo decisionale economico”: in particolare, per aver dimostrato come “i tratti umani influenzino sistematicamente le decisioni individuali e gli esiti del mercato”.

E chi lo spiega ora, ad Adam & Company, che il fattore umano è ancora determinate nell’economia globale?

Ci pensa Mauro Putzu.

Laureato in ingegneria Elettronica con indirizzo informatico, socio fondatore e presidente dell’azienda Dia di Padova, Mauro lavora quotidianamente al fianco di PMI e grandi aziende per analizzare, elaborare e rispondere positivamente ai continui mutamenti macroeconomici.

Nel lavoro quotidiano mette a disposizione sistemi tecnologici avanzati per analizzare i dati aziendali ed estrapolare informazioni utili a prendere decisioni strategiche di lungo periodo. Per farlo, prende spunto dalle più recenti teorie in ambito di economia comportamentale:

  • RAZIONALITA’ LIMITATA: per agire al meglio, chi prende decisioni in azienda ha bisogno di applicare un’enorme semplificazione delle scelte disponibili. Bando quindi ai modelli complessi, ai report interminabili e alle tabelle con celle infinite: per essere compreso ogni processo va semplificato e ridotto ai minimi termini.
  • PENSIERI LENTI E PENSIERI VELOCI: anche le scelte più ponderate sono inconsciamente frutto degli stimoli più basilari, quelli che riconducono agli istinti primordiali. Diventa quindi indispensabile per la direzione e i vari manager avere un occhio lucido, in grado di distinguere la “realtà oggettiva” dei fatti e la “realtà soggettiva” che si crea nelle rispettive menti.
  • SEMPLIFICAZIONE E AVVERSIONE ALLA PERDITA: invece di concentrarsi sull’impatto generale di una decisione o su ciò che hanno perso, le persone si concentrano sull’immediato e su ciò che è già in loro possesso. Costruire modelli di comportamento alternativi a questa naturale predisposizione può fare davvero la differenza tra aziende concorrenti nello stesso mercato.

Con la pancia o con i numeri? Un esempio concreto.  

Prediamo un imprenditore che festeggia per il terzo anno consecutivo un incremento del fatturato del 15-20%. Le cose gli stanno andando particolarmente bene: gli ordini fioccano, lui ha aumentato i mq del capannone, acquistato tre macchinari e assunto cinque dipendenti. 

Sulla carta è un cavallo vincente, ma in realtà non sta considerando che non è il fatturato, bensì l’utile, a determinare la crescita nel lungo periodo. Un utile che non si potrà mai concretizzare finchè l’aumento del fatturato sarà accompagnato da un’escalation incontrollata dei costi aziendali.

C’è da scommettere che al quinto anno non berrà più per festeggiare, chiedendosi dove mai avrà sbagliato. Magari incolperà il Governo, le tasse e tutto il resto: ma in AdHoc ben sappiamo bene che la responsabilità della catastrofe sarà solo sua.

Per evitare il cadere in simili situazioni di rischio, la sfida dell’imprenditore di domani è quello di scindere la realtà dei numeri (l’entità oggettiva per definizione) dalla sua visione distorta, dovuta ad un mix di considerazioni troppo generali, di informazioni poco dettagliate, ma anche di emozioni o bisogni primordiali di cui non ha consapevolezza e che rischiano di trascinarlo verso le peggiori decisioni per il futuro della sua attività.

Adam Smith su una cosa aveva ragione. C’è una “mano” che può indirizzare le sorti dell’economia, ma non è affatto invisibile. Magari, è proprio quella di Mauro. Per info, contatta DIA: Piazza De Gasperi 45/A, Padova - Tel. 049 8760890 - email infocom@dia.it - web www.dia.it.

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Elisa Poloni - Eventi e Comunicazione - facebook linkedin

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