• 07 febbraio 2019

Il Futuro inizia oggi

Filosofia in azienda

Prendere decisioni.

Non è sempre cosa facile, soprattutto se si tratta di cambiare abitudini inveterate che abbiano condizionato perfino i nostri modi di pensare. Non lo è, poi, se bisogna decidere in clima di incertezza, come è ai nostri tempi. Qualche decennio fa, ad esempio negli anni Ottanta allorché le cose andavano bene e dappertutto – perfino da parte del presidente degli USA Bill Clinton - si parlava del “miracolo Nord Est”, ricordo benissimo che nelle scuole di management, sia nostrane che americane, si insegnava a navigare, aziendalmente, nella turbolenza. Eppure allora il PIL andava bene.

Com’è, quindi, che l’incertezza odierna spaventa, mentre la turbolenza di allora non gettava ombre eccessivamente pesanti sul sistema economico e sulle prospettive degli imprenditori?

Due sono le risposte, a parer mio.

Innanzi tutto l’incertezza è come l’angoscia rispetto alla paura.

Se abbiamo paura, vuol dire che conosciamo il nemico o il pericolo che ci sta innanzi e quindi, presumibilmente, sappiamo come difenderci. Ma se siamo dentro l’angoscia, vuol dire che proprio non ci vediamo chiaro, non sappiamo chi o che cosa ci minacci e, conseguentemente, non abbiamo punti di riferimento per organizzare una qualche difesa. Vivere nell’angoscia è come tentare di guidare l’automobile mentre infuria una tremenda bufera di neve, che cancella qualsiasi riferimento stradale: niente guard rail né, tantomeno, strisce bianche sull’asfalto.

Così è con l’incertezza: non abbiamo ormeggi a cui attraccare la nostra imbarcazione, siamo in balia delle onde.

La turbolenza, invece, è come il mare forza otto secondo la scala di Beaufort: le onde ci scuotono, ma sappiamo come dirigere la nostra nave pur con qualche sobbalzo.

Se così stanno le cose – e pare proprio che stiano così - che cosa può fare un capitano di impresa (ma lo stesso discorso vale anche per la persona che voglia dirigere la propria vita)?

Poi dobbiamo renderci conto della nostra vera natura, cioè capire esattamente come siamo fatti fin dalla nascita.

Lo dico citando un pensiero di un grande scopritore / imprenditore dei nostri giorni, un italiano, novarese di origine e di attività, uno che nel 2017 ha meritato l’ambitissimo premio “Medaglia d’oro della Giuria del Salone delle Innovazioni di Ginevra”, il più autorevole riconoscimento al mondo nel settore delle innovazioni tecnologiche: Nicola Limardo, architetto, appassionato di fisica, detentore di numerosi brevetti in ambito tecnico-scientifico, imprenditore di successo e leader autentico in vari mercati anche internazionali. Scrive Limardo nel suo testo, giunto alla quinta edizione, “Salute dell’Habitat” (Anima Edizioni): “L’uomo nasce nomade come le sue prede, fonti di vita, e si sposta con esse; migra dove vi è più possibilità di alimenti, dove c’è più vegetazione”.   

Qual è il pensiero che Limardo sviluppa in quest’opera, che pone le basi scientifiche della protezione di qualsiasi tipo di habitat, casa o capannone che sia?

Tento di riassumerlo in breve: se l’uomo, per natura, per DNA, per genoma è nomade e, quindi, è fatto per essere nomade, il suo “dovere naturale e genetico” è quello di cambiare continuamente, imparando ad adattarsi evolutivamente alle e nelle situazioni in cui viene a trovarsi. Non è questione di scelta o di volontà, ma di vita o di morte!

È tragico? Spaventa? No, semplicemente è necessario! È umano, anzi troppo umano (come avrebbe detto il filosofo Nietzsche).

Questo messaggio trova amplissima eco in tanti altri studiosi, come nel caso del settantaseienne algerino, cittadino francese e primo presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, Jacques Attali, che all’idea del nomadismo antropologico ha addirittura dedicato una monumentale opera, “L’uomo nomade”. Tesi centrale di quest’opera: tutte le invenzioni sono state fatte da uomini nomadi, escluse due: il fisco e il carcere.

Allora, che cosa aspettiamo per imparare a cambiare?

Domani? O quando le cose si metteranno meglio? Risposta di Attali: “É oggi che si decide che cosa sarà il mondo nel 2050 e si prepara quello che sarà nel 2100. A seconda di come ci comporteremo oggi, i nostri figli e i nostri nipoti abiteranno un mondo vivibile o passeranno un inferno, odiandoci a morte… dobbiamo prenderci la briga di pensare al futuro, di capire da dove viene e come agire su di esso. È possibile: la Storia obbedisce a leggi che permettono di prevederla e indirizzarla”.   

Mai come oggi è diventato urgente iniziare a costruire il futuro dal presente: una lezione che ogni imprenditore deve fare propria.

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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