• 08 marzo 2018

Imprese eccellenti: come?

Filosofia in azienda

Come si fa ad essere un’azienda eccellente o a diventarlo?

È quanto è stato spiegato qualche giorno a fa, a Milano, nel corso della presentazione annuale del rapporto elaborato dall’ Osservatorio PMI di Global Strategy. La risposta non è semplice, ma almeno è chiara. Sono richiesti una serie di requisiti soprattutto di tipo immateriale, come visione strategica, capacità di innovare e soprattutto competenza nell’anticipare i mercati.

Se la ricetta, come detto, è chiara, la sua attuazione non è semplice, proprio perché si tratta di mettere in campo alcune risorse che non sono materiali, bensì immateriali.

Ancora una volta è l’immateriale che fa la differenza.

Se si trattasse di immettere in azienda strumenti o merci che si possono acquistare nel mercato, tutti potrebbero divenire in breve imprenditori di successo. Ma, almeno finora, non esiste una piazza in cui si possano comperare le risorse immateriali: queste abitano dentro la persona e da qui vanno tirate fuori per essere condivise.

Vi è una caratteristica che accomuna tutte e tre le risorse prima ricordate: sono tutte collegate dal fattore C, il fattore conoscenza, che a sua volta è figlia del fattore I, l’istruzione. E qui siamo al nocciolo della questione del sistema imprenditoriale italiano, come più e più volte è stato rilevato da numerosi e qualificati studiosi, sia nazionali che internazionali.

Non si contano ormai più le analisi sulle cause della debolezza del sistema delle imprese italiano, nonostante le eccellenze che brillano nel Belpaese. Occorre essere chiari: non bastano le eccellenze a dare il tono di un sistema, cioè di un insieme.

Come diceva oltre mezzo secolo fa un grande imprenditore italiano, prestato per poco tempo alla politica divenendo anche ministro dell’istruzione, Giancarlo Lombardi, un paese si qualifica se riesce a coniugare massa con eccellenza.

In altri termini, occorre che l’eccellenza non sia una rarità, ma la consuetudine, la norma. Mutuando un’espressione da Adam Smith, a metà circa del Settecento, occorre che anche il birraio, il fornaio e il macellaio siano eccellenti. Si diceva, ai primi degli anni Novanta, che la qualità deve essere totale, o qualità non è.

Che cosa osta al fatto che in Italia si possa dire che il sistema delle imprese è, ripeto, in quanto sistema, un’eccellenza?

Lasciando da parte i fattori che dipendono dagli altri (dalla politica, dalla burocrazia, dalla mancanza di risorse primarie), si deve avere il coraggio di chiamare le cose per nome: il sistema imprenditoriale italiano è ancora oggi troppo poco scolarizzato. Un dato la dice lunga: meno del 50% degli attuali italiani ha un livello di scolarizzazione oltre la terza media. Veramente una miseria rispetto al “salto quantico” che il mondo ha fatto da oltre mezzo secolo.

I nostri imprenditori si espongono al mondo con un bagaglio di strumenti immateriali mediamente troppo fragile. È come se pretendessero di fare un viaggio di una settimana portando con sé soltanto i denari per una giornata: presto o tardi non ce la faranno.

Ma constato che da questo versante pochi ci sentono. Si domanda ai governi di ridurre il cuneo fiscale o il costo dell’energia, di garantire flessibilità nei rapporti di lavoro sia in uscita che in entrata, o, ancora, di agevolare l’acquisto di tecnologia e simili cose. Ma non ho ancora sentito nessuno che abbia pronunciato e, meglio ancora, fatto proprio il seguente motto: "no contribution without education". Nessun aiuto economico e finanziario se prima non migliori la tua istruzione.

Sembrerà strano, ma altrove funziona così.

Ad esempio, in Australia o in Nuova Zelanda qualsiasi lavoratore (dal ciabattino al primario d’ospedale) dal momento in cui inizia a lavorare a quando va in pensione fa tanta formazione quanto sono quattro anni di università. Cioè, è come se lavorando tutta la vita conseguisse anche una laurea.  

Ne vogliamo una prova? Ce lo dicono da anni i nostri giovani che, soprattutto se bene istruiti, vanno a lavorare dove le aziende sanno “sfruttare” le competenze alte, quelle che, guarda un po’, aiutano le imprese a innovare, anticipare e moltiplicare.

Se la globalizzazione insegnasse almeno questo!

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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