• 24 gennaio 2019

Rapporto Censis 2018

Consigli di lettura Filosofia in azienda

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Autore: CENSIS

Titolo: Rapporto Censis 2018 sulla situazione sociale del Paese

Editore: Franco Angeli

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CENSIS, Centro Studi Investimenti Sociali, ovvero un Centro di studi che dal 1967 analizza e monitora, anche con confronti internazionali, dove vanno a finire i soldi, pubblici e privati, che in un anno vengono investiti. Servono a creare sviluppo e progresso? Chi ne trae veramente vantaggio? E la società migliora dal punto di vista della coesione, dell’equità, delle opportunità? E l’Italia come ne esce? I cittadini come percepiscono il loro essere nell’Unione Europea?

Ma soprattutto, la fotografia, che quasi quotidianamente viene scattata dai mass media, corrisponde veramente allo stato di fatto delle persone, delle famiglie e delle imprese? Siamo, in definitiva, in crescita, sia pure lenta, oppure in rallentamento o, come taluni sostengono, in recessione? Per rispondere a queste e a tante altre domande (sull’istruzione, sull’economia e lavoro, sulla salute, sui traporti, sulle infrastrutture) il Rapporto CENSIS, giunto alla sua cinquantaduesima edizione, si qualifica come una fonte sicura e affidabile di informazioni, dati e spunti, anche strategici, per decisori politici e per imprenditori e professionisti.  

Tesi del Rapporto relativo al 2018: L’Italia aveva iniziato bene l’anno (2018), ma poi, verso l’ultima parte, ha frenato notevolmente la sua andatura, complice anche il contesto internazionale che vede un generale rallentamento da parte di tutti i maggiori Paesi del mondo. Ma non vanno addebitate solo all’esterno le ragioni della nostra situazione, bensì –per certi aspetti soprattutto – alle questioni irrisolte al nostro interno, prima fra tutte la “perenne campagna elettorale” in cui si trovano le nostre forze politiche ormai dal 2013.

Quindi, osserva il CENSIS, assistiamo impotenti ad un divario sempre più accentuato tra classe politica, che frena, e imprese e famiglie che, invece, accelerano. Dimostrazione lampante ne è il dato sull’export che anche nel 2018 ha continuato a crescere (oltre il 7%), attestandosi come fonte principale del PIL. Ma ciò non è bastato a dare impulso alla crescita generalizzata del Paese, perché il ritorno dell’export si è arenato nelle mani di una ristretta cerchia di cittadini, soprattutto per quello che concerne uno dei due maggiori vettori di export, ovvero il settore dei beni di lusso. Quindi – è questa la seconda importante causa del nostro stentato sviluppo – non vi è stata “dimensione sociale” dello sviluppo. La dimostrazione è il divario crescente tra famiglie “borghesi”, che vedono crescere il loro potere di acquisto del 6.6%, e famiglie “operaie”, per le quali il potere di acquisto scende quasi del 2%. Tuttavia in questo scenario la massa di denaro disponibile in 10 anni è cresciuta del 12.5%. Dove si nasconde, dal momento che tutti dicono che la gente non spende?

Si nasconde in due luoghi: innanzi tutto nel risparmio sicuro (o, quantomeno, ritenuto sicuro), cioè non nel fare investimenti. Secondariamente nell’acquisto di beni che sappiano suscitare desideri. E qui il Rapporto CENSIS apre lo scenario sui cambiamenti avvenuti e in corso.

Che cosa cambia nella vita degli italiani, soprattutto in quella delle famiglie? Cambia tutto: il modo di lavorare, di fare acquisti, di socializzare, di impiegare il tempo libero, di accedere alle informazioni, di spostarsi. Di conseguenza cambia, o dovrebbe cambiare, anche il modo di produrre, soprattutto a fronte di una nuova, anzi nuovissima (per noi Italiani), domanda di economia: la sharing economy. Di che si tratta?

La sharing economy è quel tipo di consumo di beni e servizi in cui il fruitore finale preferisce “usare” anziché “acquistare”. L’acquisto comporta un impegno, non solo economico, ma di accudimento del bene anche quando esso non serve. Esempio evidente: l’automobile. Comperarla, con tutti gli oneri connessi, per mantenerla anche quando non serve? Tenerla in garage come bene non-agibile? Oppure, una casa ereditata, quando la coppia quarantenne sta già pagando il mutuo per l’appartamento in cui vive? Perché preferire usare anziché possedere? Perché o si ha un introito da rendite (ereditarie, finanziarie, da capitali), oppure l’introito da lavoro non basta, in quanto il lavoro, anche quello sicuro, non copre le spese. Il lavoro in dieci anni ha perso 10 punti percentuali nella sua capacità di creare PIL, soprattutto per la coorte di persone quarantenni attuali.  

Da qui un’importante indicazione di tipo strategico per le imprese: immettere nel mercato più prodotti e servizi “da usare” al posto di beni da acquistare. A meno che… A meno che non siano merci che accendono il desiderio. Quale? 

Il desiderio di differenziarsi, di non appartenere alla massa, di coltivare il proprio ego. Perché ormai – ed è questa la lezione degli smartphone – si acquista per impulso psichico più che per bisogno.

Altra lezione per le imprese: l’economia circolare. È esattamente l’opposto dell’usa e getta. Oggi, anche per un mutato atteggiamento verso il Pianeta, si deve massimizzare l’uso delle risorse, facendo il massimo con il minimo. Non basta più essere sostenibili, occorre essere circolari. Dunque, produrre in modo da poter riparare e smontare, comporre a moduli in maniera da poter ottenere soluzioni differenziate usando risorse diversificate. A tale scopo esistono piani di sostegno anche da parte della UE.  

Da dove partire?

Lo starting point è uno solo: la progettazione, ovvero la testa. 

E qui ritorniamo al DNA della nostra economia, che deve finalmente saper introitare una maggiore quantità di brain (cervello). Il nostro essere imprese soprattutto trasformatrici ci dà un primato in tale senso rispetto a tutti i nostri competitor.

Ma questa nostra innata valenza oggi deve essere alimentata e, da che mondo è mondo, la ricetta è una sola: istruzione. E di questo la nostra popolazione, anche quella imprenditoriale, ha un tremendo bisogno. 

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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