• 28 marzo 2019

Riccardo Illy: persona e impresa

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Un impero alle spalle, una storia, non solo italiana né tantomeno unicamente triestina, da onorare, oltre un migliaio di persone e famiglie da gestire: eppure l’uomo è così semplice, naturale, spontaneo e immediato da non lasciar trasparire alcunché di tutto ciò.

Giunto alla terza generazione dell’impresa fondata dal nonno, partito dalla lontana Timisoara, che fino alla prima guerra mondiale apparteneva al regno austroungarico, Riccardo Illy, assieme alla sorella Anna e ai fratelli Francis e Andrea, guida il consistente gruppo triestino del caffè, e non solo, che costituisce da decenni una delle eccellenze italiane nel mondo.

Il brand Illy non è solo made in Italy nel senso di un prodotto fatto come si deve, ma incorpora in sé tutto il meglio dell’umanesimo imprenditoriale italiano.

Riccardo Illy, infatti, ama presentarsi come persona prima che come imprenditore, perché l’impresa non può essere altro che quello che l’imprenditore è. Senza tema di confondere sacro e profano, possiamo affermare che l’impresa è fatta a “immagine e somiglianza” del suo titolare, anzi della sua famiglia. E, come l’immagine della Illy nel mondo è certamente di alta gamma per scelta strategica, compiuta in anni non sospetti, così la persona di Riccardo Illy si colloca veramente in alto per la dote valoriale che rappresenta.

Costanza, umiltà, studio, innovazione incrementale, comunicazione, etica: questo è l’esagono ideale che pone in ogni vertice una virtù civile, prima ancora che soltanto imprenditoriale. E di valori civili Riccardo Illy ne possiede una dose non comune.

Con la stessa naturalezza con cui vive nell’azienda di famiglia, Riccardo ha dedicato una parte non esigua della sua vita all’impegno politico, sia a livello locale che regionale e nazionale, intendendo questo come un servizio alle comunità che di volta in volta rappresentava.

Ma è sull’esagono delle virtù che Riccardo preferisce ritornare, accentuando il valore della costanza, cosa che già il padre gli aveva testimoniato quando – ricorda Riccardo con chiara commozione – decise di puntare sul mercato impervio degli USA, impervio perché le usanze degli americani erano di bassa gamma, attaccate al loro miscuglio similcaffé. Eppure, dopo un decennio di insuccessi, sono arrivate le prime conferme e poi il suggello: anche nel Paese della bandiera a stelle e strisce il buon caffè piace e viene richiesto. “È questione di costanza, dichiara Riccardo, cioè di credere che le cose possono andare diversamente da come i segnali esterni fanno intendere. Occorre andare a fondo, capire, indagare, conoscere in che cosa il proprio prodotto può davvero soddisfare le esigenze di una clientela ancora potenziale”.

Ma alla base ci deve essere un’altra virtù, che purtroppo non costituisce un tratto caratteristico del panorama imprenditoriale italiano: lo studio. Parlare di intuizione, fiuto, istinto imprenditoriale non fa parte del modo di ragionare di Riccardo Illy, come della famiglia Illy. Occorre qualcosa di più solido, duraturo e strutturato, qualcosa che solo uno studio metodico e costante può dare. E questa è una lezione che rimane ancora poco ascoltata da una classe imprenditoriale italiana costituita purtroppo da persone che con i libri hanno tuttora poca dimestichezza.

Da questo punto di vista, Riccardo Illy costituisce un esempio limpido, avendo egli scritto vari saggi che guardano lontano, in cui affronta le sfide e le minacce del presente con lungimiranza, avendo davanti a sé sempre un quadro ampio a livello mondiale. La globalizzazione spaventa chi non ha la strumentazione idonea a comprenderla: questa un’altra grande lezione dal triestino del caffè.

Dallo studio Riccardo ha appreso un altro insegnamento di metodo, che poi diventa strategia aziendale: fare periodicamente la SWOT analisi, cioè passare ai raggi X la propria struttura analizzandola da quattro punti di vista: i punti di forza che finora le hanno consentito di giungere al punto in cui si trova; le debolezze che ha in se stessa; le opportunità che magari ha di fronte a sé ma che non sa cogliere perché non le vede, e infine le minacce che non sono soltanto quelle esogene, ma primariamente quelle endogene.

Tra le minacce endogene, Riccardo Illy annovera la conduzione del personale, che spesso viene liquidata con il tema degli incentivi monetari. “Incentivare in modo immateriale è assai più motivante, ovviamente fatti salvi tutti i doveri contrattuali. Un riconoscimento esplicito a parole, un grazie detto a cuore aperto e con convinzione da parte del titolare o del management sono fattori che lasciano nei collaboratori un segno marcato di stima”.

Ma, ancora una volta, tutto questo ha il suo incipit nella persona dell’imprenditore, che ha un dovere etico irrinunciabile: testimoniare per primo e in modo esplicito quei valori che pretende dai suoi collaboratori. È non solo questione di onestà, ma anche di credibilità, senza la quale non c’è prodotto innovativo che tenga.

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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