• 24 maggio 2018

Un nuovo Luddismo?

Filosofia in azienda

Ned Ludd (o Lud, cognome di battesimo Ludlam): chi era costui?

Un operaio inglese, vissuto nei pressi di Leicester (Inghilterra) a cavallo tra Settecento e Ottocento. Lavorava al telaio di un’industria tessile, quando – sembra nel 1779 - compì il gesto che lo fece diventare non solo celebre, ma addirittura ispiratore di un movimento politico-sociale, il luddismo, appunto: ruppe, secondo taluni a calci, secondo altri con un martello, due telai. E così salì agli onori della cronaca e della storia.

Motivo del suo gesto? Stizza, rabbia, lotta di classe (come si sarebbe detto da lì a poco tempo dopo), alienazione da lavoro ripetitivo, incidente di percorso? Probabilmente di tutto questo un po’. Una cosa è comunque certa: Ludd aveva fatto una constatazione.

A mano a mano che nella sua fabbrica entravano telai sempre più meccanizzati, si perdevano posti di lavoro.

Quindi la reazione fu alquanto immediata: se i telai erano causa di disoccupazione, meglio spaccarli.

Il fenomeno si allargò, tanto da preoccupare le autorità del tempo e, ovviamente, i capitani di impresa, i quali, però, non arrestarono la loro corsa verso quella che si sarebbe chiamata innovazione tecnologica. Così, di innovazione in innovazione, siamo arrivati alle varie rivoluzioni industriali: quattro, cinque o più ancora, non si sa; dipende da che cosa si considera per valutare se un fatto è rivoluzionario o meno.

Ma intanto il dado era tratto: il problema del rapporto tra innovazione e occupazione.

Oggi la questione è ancora calda, anzi, per certi versi, scottante: è vero che il progresso tecnologico, che nasce dal connubio tra ricerca scientifica ed economia, scaccia fuori dalla fabbrica i lavoratori? Ho raccolto tre diverse risposte: alcuni dicono di sì, altri di no, altri, ancora, forse.

Intanto, però, due fatti sono certi e innegabili: la ricerca scientifico-tecnologica continua ad avanzare e - mi riferisco all’Italia – permane ancora una grande quantità di lavoratori (anche manager e imprenditori) con livelli di istruzione bassa.

Nel frattempo sullo scenario politico del Belpaese o nella cosiddetta agenda politica hanno fatto la loro comparsa partiti e movimenti che hanno abbracciato o cavalcato la questione, detta in vari modi, del reddito di cittadinanza. In soldoni: ti do una paga (o paghetta, mancia, o assistenza, sussidio) se sei senza lavoro.

Per giustificare la bontà o, addirittura, la necessità di questa posizione, molti ricorrono a modelli di altri paesi europei. Tuttavia – ma può sempre essere che io mi inganni – non ho sentito né letto cose impegnative che dovrebbero fare i percettori di tale obolo. Ripeto: cose impegnative, non palliative.

Per esempio, un lavoratore (operaio ma anche dirigente, manovale ma anche tecnico) che cadesse in disoccupazione, sarebbe disposto a passare ore e ore a scuola? Per fare che cosa? Per studiare: semplicemente per studiare. O magari anche per scrivere, per ricercare, per pubblicare i risultati della sua ricerca.

Fantasia? Fantasticheria? No, cose da me personalmente viste ripetutamente un decennio fa, in Lettonia, dove una fabbrica aveva chiuso i battenti e tutti i collaboratori si sono “rifugiati” nella formazione per inventarsi una nuova chance. Io ho visto e parlato con due meccanici che, ancora vestiti con la tuta blu, sedevano per intere giornate nella biblioteca cittadina a scrivere. In quel tempo (era aprile del 2009), stavano pubblicando il loro secondo libro!

Una cosa analoga l’ho vista a Kobarid, la tristemente nota, per noi Italiani, Caporetto, in Slovenia: ancora operai del settore meccanico, che si sono inventati un museo di storia contemporanea, segnalato e premiato dall’Unione Europea come uno dei musei meglio organizzati.

Non voglio fare della retorica, dicendo che il sapere è potere, come si esprimeva alla fine del Cinquecento l’inglese Francis Bacon e soprattutto non voglio addossare ai disoccupati la responsabilità della loro situazione. Ma una cosa mi permetto di avanzarla con chiarezza.

L’educazione è la via maestra anche per il lavoro.

Attenzione, però: non ho detto formazione o istruzione. Ho usato scientemente la parola educazione, che conserva tutto il suo carico etimologico essenziale. Formare significa dare una forma, quasi uno stampo, a qualcosa o a qualcuno: a me non piace, perché mi sa di azione alquanto forzata. 

Istruire, almeno per come l’abbiamo intesa in Occidente, è soprattutto un’azione che riguarda il cervello o, talora, le buone maniere. Educare, secondo la grande tradizione classica che ha fatto scuola in tutto il mondo, comporta un cammino progressivo di miglioramento che coinvolge tutta la persona per tutto l’arco della sua vita. 

Ma qui il gioco si fa duro: serve un Paese, pardon, una comunità italiana che davvero creda nel valore dell’educazione e, primariamente, servono timonieri bene educati.

È scandaloso pretendere che chi, in questi anni, si propone alla guida del Paese abbia completato almeno gli studi universitari e sudato in un posto di lavoro per non meno di un decennio? Chissà che cosa avrebbe pensato il mitico Ned Ludd.

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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