Certi incontri continuano a lavorare nei giorni successivi, perché aprono collegamenti, fanno emergere domande, obbligano a guardare con più attenzione ciò che fino a ieri sembrava solo rumore di fondo.
Quello di qualche giorno fa con il Generale Sperotto è stato uno di questi.
Il tema era ambizioso: provare a leggere ciò che sta accadendo nel mondo. Non per fare geopolitica da spettatori, né per inseguire l’ultima notizia, ma per comprendere meglio il contesto in cui oggi si muovono le imprese, le economie, le persone e le decisioni.
Perché chi guida un’azienda non può più permettersi di pensare che ciò che accade “fuori” sia davvero fuori.
Una guerra, una crisi energetica, una tensione commerciale, il controllo delle materie prime, il costo dei trasporti, la fragilità delle istituzioni internazionali o la competizione tra grandi potenze non sono temi lontani: entrano nei bilanci, nelle catene di fornitura, nei mercati, nella disponibilità di materiali, nelle scelte strategiche.
La serata si è aperta dentro il filo conduttore che accompagna AdHoc quest’anno: le impronte. Cosa lasciamo dopo di noi? Che responsabilità hanno le scelte di chi guida un’impresa? Come possiamo costruire organizzazioni capaci di durare, di adattarsi e di attraversare un mondo che cambia? La risposta, almeno come punto di partenza, è una: conoscere.
Il Generale Sperotto ha scelto di non partire dall’attualità più immediata, ma da un’immagine: Riproduzione vietata di René Magritte. Un uomo davanti allo specchio non vede il proprio volto, ma la propria schiena. Il libro appoggiato accanto a lui, invece, si riflette correttamente. Una metafora molto efficace: i fatti restano, ma l’immagine che noi ci costruiamo della realtà può essere distorta. Possiamo guardare e non vedere davvero. Possiamo credere di capire e invece osservare solo una parte della scena.
Da qui è iniziato un percorso che ha attraversato gli ultimi decenni, dalla caduta del Muro di Berlino fino agli equilibri attuali. Non una sequenza di date, ma una mappa. E forse è proprio questa la parola chiave dell’incontro: mappa.
Perché gli eventi, presi singolarmente, rischiano di sembrare episodi scollegati. La fine della Guerra Fredda, l’ingresso della Cina nel WTO, l’11 settembre, la crisi finanziaria del 2008, la nascita dei BRICS, le primavere arabe, la Crimea, la Brexit, il Covid, l’Afghanistan, l’invasione dell’Ucraina, la guerra in Medio Oriente, il riarmo europeo, il ruolo dell’India, la questione di Taiwan, la competizione sulle terre rare: tutto può apparire come un elenco impossibile da trattenere.
Ma il punto della serata non era ricordare tutto. Era capire che nulla accade davvero da solo.
Il Generale ha mostrato come molti passaggi che oggi ci sembrano improvvisi abbiano radici lontane. Le tensioni tra Russia e Occidente, per esempio, non nascono nel 2022. L’espansione della NATO, il discorso di Putin a Monaco nel 2007, la crisi ucraina del 2014, l’occupazione della Crimea, la progressiva rottura dei canali di dialogo: sono tasselli di una storia più lunga, che va letta nella sua continuità.
Lo stesso vale per la Cina. Per anni è stata considerata “l’officina del mondo”, il luogo dove produrre a basso costo. Ma nel tempo ha costruito una strategia molto più ampia: controllo delle filiere, investimenti nei Paesi del Sud globale, sviluppo tecnologico, standard industriali, infrastrutture, terre rare, intelligenza artificiale, influenza economica e politica.
E qui l’incontro ha toccato un punto decisivo per le imprese: il mondo non si sta solo dividendo in blocchi politici. Si sta riorganizzando attorno a energia, materie prime, tecnologia, dati, infrastrutture e capacità produttiva.
Chi controlla questi elementi controlla una parte importante del futuro.
Per questo il Generale ha insistito sul peso delle terre rare, dei semiconduttori, delle rotte commerciali, della Groenlandia, dell’Artico, del Medio Oriente, dell’India e dei nuovi corridoi economici. Sembrano argomenti lontani dalla quotidianità aziendale, ma non lo sono affatto. Ogni impresa, anche la più locale, oggi è dentro una rete globale molto più fragile di quanto siamo abituati a pensare.
Una fornitura che si interrompe, un materiale che diventa introvabile, un costo energetico che esplode, un mercato che si chiude, una moneta che perde centralità, un nuovo standard tecnologico che si impone: sono tutti effetti concreti di decisioni geopolitiche.
Uno dei passaggi più forti della serata ha riguardato l’Europa. Il Generale l’ha descritta come un gigante economico, ma fragile sul piano politico e militare. Un’Europa che per molti anni ha potuto beneficiare di un ordine garantito da altri, soprattutto dagli Stati Uniti e dalla NATO, ma che oggi si ritrova costretta a ripensare sicurezza, difesa, autonomia strategica e capacità decisionale.
Qui la riflessione diventa molto vicina al mondo dell’impresa. Perché anche le aziende conoscono bene questo rischio: crescere su un modello che funziona finché il contesto lo sostiene, per poi accorgersi che alcune competenze fondamentali sono state trascurate. La sicurezza, la visione di lungo periodo, la capacità di reagire, la lettura dei rischi, la protezione delle filiere: tutti temi che non possono essere improvvisati quando la crisi è già arrivata.
Il Generale ha poi portato l’attenzione su un altro concetto centrale: la guerra ibrida. Non solo guerra combattuta con armi tradizionali, ma conflitto diffuso, spesso non dichiarato, fatto di cyber attacchi, disinformazione, pressione economica, influenza culturale, manipolazione delle opinioni pubbliche, controllo delle infrastrutture, utilizzo di attori indiretti.
Ancora più sottile è la guerra cognitiva: il combattimento nel dominio umano, dove il campo di battaglia diventa la mente delle persone. Non è un’immagine retorica. Significa che orientare percezioni, paure, convinzioni e reazioni può diventare una forma di potere.
Questo passaggio è forse uno dei più importanti per chi fa impresa oggi. Perché le decisioni non si prendono mai nel vuoto. Si prendono dentro un flusso continuo di informazioni, notizie, opinioni, allarmi, semplificazioni. E se non siamo allenati a distinguere i fatti dalle interpretazioni, rischiamo di reagire invece di scegliere.
Non è un caso che la conclusione dell’intervento sia stata dedicata proprio a questo: leggere, informarsi, studiare.
Tre parole semplici, ma tutt’altro che banali.
Leggere significa entrare nei fatti con più profondità.
Informarsi significa collocare quei fatti dentro una mappa.
Studiare significa comprenderne le origini, le dinamiche e le conseguenze.
È una distinzione preziosa, soprattutto in un tempo in cui l’informazione arriva veloce, frammentata, spesso emotiva. Vediamo una notizia, poi subito un’altra, poi un commento, poi una reazione. Tutto corre. Ma più aumenta la velocità, più diventa necessario creare spazi di pensiero.
L’incontro con il Generale Sperotto non ha avuto l’obiettivo di offrire risposte semplici. Anzi, probabilmente ha fatto l’opposto: ha reso evidente la complessità. Ma questa è stata la sua forza. Perché semplificare troppo il mondo può essere rassicurante, ma è pericoloso. Un imprenditore non ha bisogno di certezze artificiali. Ha bisogno di strumenti per orientarsi. Ha bisogno di capire dove si stanno spostando i centri di gravità, quali equilibri si stanno rompendo, quali nuove potenze stanno emergendo, quali dipendenze rendono vulnerabile un sistema, quali segnali meritano attenzione prima che diventino emergenze.
In questo senso, la serata è stata profondamente coerente con lo spirito di AdHoc. Non un evento per “sapere qualcosa in più”, ma un’occasione per allenare uno sguardo diverso. Più ampio, più esigente, più responsabile.
Perché ogni scelta d’impresa lascia un’impronta. Ma quell’impronta dipende anche dalla qualità delle domande che siamo capaci di farci.
E forse la domanda più importante emersa dalla serata è questa: stiamo davvero guardando il mondo per quello che è, o stiamo ancora cercando nello specchio l’immagine che ci aspettavamo di vedere?
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Alla fine, l’organizzazione che fa restare le persone non è quella che promette di più..
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