• 25 ottobre 2018

A tu per tu con Davide Maso

Testimonianze

AdHoc e Davide Maso.

Si direbbe, a guardarlo a prima vista, che è un ragazzotto: folta, ma sempre ordinata, capigliatura ondulata, agile nei movimenti nonostante qualche accidente di percorso, signorile nel tratto. Quello che colpisce, chi lo osservi attentamente, è la facilità con cui stabilisce le relazioni interpersonali.

Sì, d’accordo - risponde lui, quasi a volersi schermire per questa descrizione che mi viene spontanea – ma è frutto di esercizio di lungo corso, ma soprattutto della mia naturalità, se così si può dire.

Davide Maso, dicevamo, una delle presenze molto significative, positive e propositive all’interno di AdHoc Consilia, una presenza di almeno un lustro.

Come mai sei arrivato in AdHoc?

Le ragioni sono più d’una, ma in particolare vorrei ricordare questa. Ero alla ricerca di un gruppo di persone con le quali condividere esperienze di vita, ma soprattutto con le quali poter stabilire relazioni sincere e profonde. E mi sono imbattuto in Giordano Agrizzi, il quale, nella sua prorompente dinamicità, mi ha presentato la squadra di AdHoc facendomi capire la novità di questa rete di persone.

Ovvero? Rete di persone che facevano che cosa?

Mi interessava non tanto il che cosa facessero, quanto il perché lo facessero, le motivazioni intrinseche al loro agire. E, dopo un po’ di frequentazione dei vari incontri, ho capito che il fattore prevalente era proprio il desiderio di fare relazione. Ovviamente non mancava il proposito di arrivare a migliorare il proprio business mediante queste relazioni. Ma non era questo l’obiettivo primario. A questo obiettivo – ecco la cosa che mi ha attratto maggiormente – si poteva e si doveva giungere attraverso la frequentazione di una palestra: la palestra delle relazioni interpersonali.

Perché parli di palestra?

Perché - ed è il secondo grande insegnamento che ho ricevuto da AdHoc – le relazioni, per quanto uno sia portato per natura, come è nel mio caso, al contatto con gli altri, vanno curate, alimentate, apprese. Non ci si improvvisa in questo ambito, ma ci vuole una “scuola”, un esercizio diligente e, quello che più conta, un lavorio su se stessi.

Tu da quale percorso formativo provieni?

Ho frequentato la scuola secondaria superiore ad indirizzo tecnico industriale, che mi ha dato un’impronta che ancora oggi nel mio lavoro mi risulta utile, ovvero una certa precisione metodica, il rigore e l’ordine nel seguire le pratiche dei miei clienti; direi, in breve, una certa mentalità scientifica.

E nel mondo professionale che cosa fai?

Mi sono inoltrato nel settore della finanza, ovviamente dopo una specifica formazione che continuo tuttora. In particolare mi sono specializzato nella valorizzazione, nella protezione e tutela del patrimonio dei clienti.

Cosa ti distingue nel vasto ambito della protezione e tutela del patrimonio?

Ho l’ambizione di dire che io mi sono ritagliato un ambito piuttosto diverso e specifico. Cioè, non intendo assolutamente rivolgermi a un cliente, che può essere la famiglia o un’impresa o un professionista, per dire loro: datemi il vostro denaro e io ve lo faccio fruttare al meglio. Questo esiste già nel mercato, ove, vorrei dire, talora c’è anche una sorta di “far west”. Io cerco – e i fatti me ne stanno dando ragione – di fare un’opera di educazione del cliente perché egli stesso capisca come sia meglio dare valore al suo capitale. Vedi, quello che mi anima al fondo, è questa convinzione: il capitale rappresenta il frutto delle fatiche, del lavoro e dell’ingegnosità di una persona, magari di una vita intera. Basti pensare alla famosa “liquidazione” che un lavoratore riceve al termine della sua vita lavorativa. Ora, davanti al “sudore” che questo capitale rappresenta, io mi sento come investito di una missione etica. Non ho dubbi a dirlo: una missione etica, che consiste nel fare in modo, non solo, che il suo capitale sia messo in sicurezza, ma anche che venga valorizzato al massimo e nella migliore delle forme possibili.

Mi colpiscono due parole che hai appena pronunciato: educazione e etica. Che cosa intendi dire?

Educazione è un termine di cui sono assolutamente convinto. Se io voglio che il cliente potenziale capisca come valorizzare al meglio il frutto delle sue fatiche, ho imparato che prima di tutto devo istruirlo sulle possibilità che il mercato della finanza mette a disposizione; e poi devo metterlo nella condizione di decidere lui stesso quale via intraprendere. Il mio ruolo è più quello dell’educatore piuttosto che quello del piazzista. Per questo ho richiamato il termine etica, nel senso che io devo mirare al suo bene, non al mio vantaggio.

E così siamo riportati ad un altro aspetto della persona e personalità di Davide, che trasuda dal contatto con lui: la sua attenzione all’interlocutore. Pur essendo portato alle relazioni interpersonali, o, forse, proprio perché è portato alle relazioni interpersonali, Davide, più che parlare, ascolta, anzi sa ascoltare, dote non frequente in epoca di social media in libertà.

Quale ritieni essere una tua dote che potrebbe risultare utile anche ai tuoi colleghi di AdHoc o a un giovane che volesse intraprendere la tua strada?

Sono convintissimo che oggi serva una grande preparazione all’ascolto. Ascoltare non significa stare in silenzio, muti, passivi in attesa che l’altro faccia il primo passo. L’ascolto deve essere attivo, propositivo e soprattutto attento all’altro. Quando io ascolto, faccio domande, mi interesso all’altro; solo che faccio le domande che mi portano a lui, che mettono il suo mondo in primo piano, non il mio.

E questo tuo atteggiamento di “ascolto attivo” che risultato ti dà?

Ho constato questo: se l’interlocutore capisce e sente – ecco l’importanza di stabilire una sorta di empatia – che io mi interesso sinceramente a lui, sarà lui stesso che poi cercherà di entrare nel mio mondo, domandandomi chi sono, che cosa faccio e così via. In questo modo ho capito che si stabilisce un rapporto paritario tra me e lui, quel rapporto che apre più facilmente la strada alla fase del “contratto d’affari”. Lui si fida di me e mi affida, quindi, il risultato delle sue fatiche. Naturalmente questo è solo l’inizio del mio lavoro, perché da qui in poi io ho il dovere di mantenere rinsaldare la relazione nel tempo.

Una cosa è certa: prendendo congedo da Davide, ti rimane dentro il desiderio di rimanere in contatto con lui, perché ti ha trasmesso cordialità, sincerità e attenzione, che sono le basi essenziali – e oggi non frequenti – della vera professionalità.

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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