• 31 marzo 2016

C'era una volta... chi? i giovani imprenditori

Il Triveneto non era la terra delle imprese, oltre che degli emigrati?
Anzi, il fenomeno, complesso e doloroso, dell'emigrazione, che ha portato fuori dalle regioni del Nord Est centinaia di migliaia di persone, prevalentemente giovani, non si è arrestato soprattutto perché qui, all'ombra dei nostri mille campanili, sono sorte, come funghi, imprese di ogni genere?
 
Lo sapevano tutti, perfino all'estero, dove le nostre aziende erano note per la loro versatilità, capacità e laboriosità. Ne parlò più volte perfino Bill Clinton, da presidente degli USA.
Ebbene, tutto ciò dove è andato a finire, se gli ultimi dati di fonte camerale nazionale ci avvertono che proprio a casa nostra mancano imprese?
 
Un segnale pericoloso non va assolutamente trascurato: ora a mancare sono le imprese giovani
Beninteso, siamo ancora la terra in cui vi è un'impresa quasi ogni dieci abitanti, ma le aziende con titolari sotto i 35 anni, le imprese destinate, anagraficamente, a rimpiazzare quelle dei più anziani. Di questo passo il sistema imprenditoriale si troverà, di qui a qualche lustro, ad avere un buco generazionale, con prevedibili conseguenze negative nel corpo intero della società, sia locale che nazionale.
 
I dati parlano chiaro: le imprese giovani (cioè con titolari al di sotto dei 35 anni) costituiscono solo il 10,3% delle oltre 6.700.000 imprese nazionali. Ma soprattutto fa pensare il fatto che le province del Nord est sono agli ultimi posti della classifica nazionale per "vocazione imprenditoriale giovanile". Strano a dirsi (ma per certi versi, finalmente!) sono le regioni meridionali quelle più vocate a dare i natali alle imprese giovani. Crotone, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Caserta: queste a guidare la classifica nazionale, mentre Trento occupa il 65esimo posto, seguita da Rovigo al 67esimo e tutte le altre che arrancano a rispettosa distanza.
 
Si sa: i numeri, soprattutto se statistici, sono ballerini. Per questo cercherò di irrobustirli attraverso alcune considerazioni.
 
Le imprese non nascono all'improvviso.
Cosa scontata, direte. Certo: ma chi le fa nascere? Chi prepara l'humus da cui traggono pian piano alimento? Due sono gli incubatori naturali di un'impresa, a prescindere dalle passioni personali di ciascuno: la famiglia e il sistema di istruzione.
 
Per quanto riguarda la famiglia, il discorso merita altra trattazione, che attiene soprattutto alle dinamiche relazionali tra genitori e figli.
 
Una parola, invece, mi sento di spendere sulla scuola. La mia, ahimè, ultraquarantennale esperienza di docente, in vari ordini, gradi e latitudini del sistema pubblico di istruzione italiano, mi ha consentito di dimostrare questo assunto: più un allievo avanza scolasticamente, più viene educato ad aspettarsi un lavoro dipendente. Perché? Perché i docenti, ovviamente fatte le debite eccezioni, non hanno una cultura del lavoro che sia diversa dall'unico lavoro che essi stessi per primi hanno conosciuto fin dalla loro infanzia: il lavoro scolastico. Quanti di loro hanno esperienza significativa, non saltuaria, di lavoro in un'azienda qualsiasi o, meglio ancora, un'esperienza di "lavoro imprenditoriale". Non voglio nemmeno accennare alla questione della "cultura anti industriale" che per lunghi decenni ha contrassegnato soprattutto le scuole maggiormente osannate, come i licei. Questa è una "malattia" che il tempo sta lentamente ma progressivamente guarendo. Mi riferisco proprio all'esperienza personale di lavoro (manuale, dirigenziale, progettuale, relazionale, comunicativo,  innovativo). Dei circa 700.000 docenti presenti nel sistema pubblico italiano, senza contare gli universitari, quanti sanno davvero che cosa significa intraprendere? Conseguentemente, come potranno questi nostri docenti trasmettere la cultura dell'intrapresa ai loro studenti?
 
Ecco: la ragione della bassa natalità di imprese.
Ha una radice molto lontana e non basterà qualche felice congiuntura a far invertire la tendenza. Per questo è urgente che nelle scuole venga rapidamente messa in atto la buona pratica dello stage formativo. Ma dev'essere davvero una pratica buona, non una parvenza, come sto vedendo in molte parti attualmente.
 
Su questo versante gli imprenditori sono in prima linea: e chi altro se non loro? 
 

_____________________________________________________________________________________________________________________

Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

    Condividi


Altre news

AdHoc + Lovat Book Club - 3° incontro: La Storia

19 giu

AdHoc + Lovat Book Club - 3° incontro: La Storia

Consigli di lettura Recensione eventi

È stato un viaggio dentro la storia, la memoria e l’immaginazione..
Leggi di più

    Condividi