• 05 luglio 2018

Come il picchio

Filosofia in azienda

Viviamo tempi di grande cambiamento.

Così si dice, spesso senza soppesare davvero il significato dell’ormai abusatissima affermazione. Io correggerei, piuttosto, dicendo che siamo in un tempo in cui anche il cambiamento è cambiato. Da lineare, come è per lo più stato negli ultimi tremila anni, ora il cambiamento è imprevedibile, scomposto, spesso acefalo, in cui è difficile intravedere un senso di marcia. 

Dunque? Dunque, più che mai c’è bisogno di testa.

“Il picchio deve la sua fortuna al fatto di usare la testa”: mai sentito questo proverbio?

Verifichiamo se nella nostra economia funziona questo detto e verifichiamolo a proposito della situazione della generazione sulla quale è stato fatto, checché se ne dica, il maggiore sforzo economico dal secondo dopoguerra in poi: i giovani dai vent’anni fino ai quasi quaranta. Questa volta, anziché servirci del solito ISTAT (tanto di cappello, comunque, per le foto che continuamente scatta sulla nostra Italia, foto che sono assai più significative dei cosiddetti “selfie virali”), usiamo i dati di un gruppo dignitosissimo di professionisti, che si possono trovare a questo link.

Rischiamo di morire di ignoranza!

Io sintetizzerei così tutto lo studio fatto dai Consulenti del lavoro: proprio ora che abbiamo la popolazione più istruita di sempre, rischiamo di morire di ignoranza! E sì, perché chi andrebbe a comperarsi una, due, tre Ferrari per poi tenerle blindate in garage? È il triste caso che ci vede, come Paese, assai penalizzati a livello internazionale, dal momento che proprio i giovani meglio istruiti li teniamo nel bagnasciuga per anni e anni, oppure li destiniamo a impieghi per i quali non occorreva che né loro, né le loro famiglie, né l’intero corpo sociale dedicassero gli investimenti che sappiamo essere necessari per far giungere un giovane, capace e meritevole – come recita la nostra Costituzione - al titolo accademico.  

Si dirà: ma serve proprio avere così tanti laureati?

Beh, intendiamoci bene sul numero, perché in Italia le cifre ballano come foglie al vento. Se vi pare che 18% di laureati nella fascia di età 20-64 anni, contro la media europea del 37%, sia tanto, allora proprio non ci intendiamo o non vogliamo vedere la realtà in faccia. Un esempio dimostrativo per tutti: il caso del Portogallo che fino a tre anni fa era sull’orlo del baratro. Ebbene, i due governi che si sono succeduti recentemente hanno deciso di puntare su che cosa? Sull’alta formazione dei giovani e i risultati non hanno tardato a dare loro ragione.

C’è poco da discutere o da tirare in ballo i se e i ma; o si capisce questa musica, o si continuerà a vedere livelli di crescita di poco superiori allo stentato 1%.

E chi dovrebbe dare l’esempio? Ovviamente i reggitori, come Platone chiamava i governanti; ma subito dopo gli imprenditori, ai quali è chiesto un colpo di reni mai visto in precedenza.

Ripeto: Il picchio quell’unica risorsa che la natura gli ha fornito la usa, ec come!

Questo ormai è un mio mantra, a costo di risultare ripetitivo: o il livello di competenza richiesto dalle nostre imprese è decisamente più qualificato, quindi più elevato, oppure dovremo rassegnarci a investire ancora sulla formazione delle giovani generazioni, ma perché poi se ne vadano a spendersi altrove, generalmente da chi sta meglio di noi.

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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