• 10 gennaio 2019

Diritto alla felicità

Filosofia in azienda

Correva l’anno 1776.

Tredici colonie americane proclamarono solennemente la loro indipendenza dalla monarchia inglese. Fino a qui la cosa sembra abbastanza usuale: quanti Stati al mondo non sono nati in questo modo? Quanti non hanno lottato per la propria libertà e per il desiderio innato di essere autonomi nel proprio modo di prendere le decisioni che li riguardano?

Sì, è vero. Ma nel momento in cui si sono staccati da Giorgio III, allora re del Regno Unito, i cittadini del Nuovo Mondo, gli USA, hanno compiuto un atto unico nella storia dell’umanità, almeno fino ad allora e per quanto ci è dato conoscere attualmente: hanno proclamato e stabilito, nella maniera più solenne che si potesse immaginare, che tutti gli uomini, proprio tutti, hanno un bagaglio di diritti che nessuno può mai togliere.

Rileggiamolo, anzi, riascoltiamolo quel magnifico inizio della Costituzione americana: “Noi teniamo per certo che queste verità siano di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità.”

Anche a distanza di quasi due secoli e mezzo, questa dichiarazione mantiene intatta la sua validità, la sua magnificenza, la sua forza indelebile. Come si direbbe usando la stessa lingua di quei nobili Padri americani (ricordiamone alcuni: George Washington, James Madison, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin), questa dichiarazione è evergreen, eterna, sempre verde, imperitura!

Il perseguimento della felicità.

Oggi che effetto fa sentirla ripetere? Parlare di diritto alla vita (nonostante le tante tragedie racchiuse nel fenomeno inarrestabile delle migrazioni) e diritto alla libertà (anche qui con le tante luci e ombre disseminate ovunque nel globo, Italia compresa) sembra cosa scontata, talora perfino retorica.

Quello che sconvolge è il riferimento alla felicità: ogni persona nasce con il diritto, inscritto nel suo DNA, ad essere felice. Ed è talmente vero che ognuno ha questo diritto che perfino la Politica, quella seria, è giustificata solo se assicura questo e gli altri diritti. Se ne ricordassero i governanti!

Non mi soffermo ora su che cosa sia la felicità, perché l’argomento merita ben altro spazio ed anche perché ciascuno di noi lo sa già. Ognuno, fin da quando emettiamo il primo vagito, va verso la felicità e si sente appagato solo quando ha raggiunto, magari per brevi istanti, la sua felicità. Per non dire, poi, delle biblioteche di libri scritti nella storia umana a questo riguardo.

Mi basta, ora che siamo ancora agli albori del nuovo anno, ricordare a ciascuno che la felicità è un diritto, ma contemporaneamente anche un dovere.

È un diritto, che ha perfino la sua giornata dedicata: il 20 marzo, che quest’anno cade di mercoledì. Lo ha istituito nel 2012, con l’appoggio dell’ONU, il Sustainable Development Solutions Network, un’organizzazione mondiale che raccoglie organismi e comunità di ricercatori e scienziati impegnati nel trovare soluzioni sostenibili al progresso umano.

Curiosità: secondo il World Happiness Report 2018, che ogni anno analizza il livello di felicità in 156 nazioni, l’Italia si trova al quarantasettesimo posto, mentre nel 2012 eravamo al ventottesimo. Dunque, cari amici Italiani, siamo un po’ meno felici.

Ma la felicità è anche un dovere. E qui sento già i borbottii: il dovere non richiama, forse, obblighi, impegni, limiti e, quindi, costrizioni? No! Il dovere della felicità richiama tre cose essenziali per il ben-essere di ciascuno.

Serenità, fiducia e altruismo.

Serenità interiore, prima di tutto, che è quello stato d’animo che manteniamo quando abbiamo la coscienza a posto.

Fiducia – dote imprescindibile di ogni imprenditore e professionista (è a loro che mi sto rivolgendo ora) – cioè sguardo lungo anche in mezzo alle turbolenze per vedere le stelle dietro alle nubi.

Altruismo, ovvero condivisione: “È bello essere felici, ma è ancora più bello esserlo nel numero maggiore possibile di persone”. Lo diceva, tre secoli avanti Cristo, Aristotele.

E lo ha dimostrato, nel 1954, quel grande psicologo americano che era Abraham Maslow, parlando della celebre “piramide dei bisogni”: al quinto gradino, il più alto, sta proprio la felicità che si realizza se sappiamo autotrascenderci. Un grande nostro poeta, Eugenio Montale, diceva la stessa cosa con questo meraviglioso verso: “forse solo chi vuole s’infinita” (Casa sul mare).

In altri termini, dipende da noi essere felici.

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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