Donna in azienda? conviene sempre!
Molti imprenditori, e non solo, pensano che avere una donna in azienda sia bello, ma spesso poco conveniente.
La motivazione, anzi, il pretesto che adducono è vecchio più del cucco: la maternità che, presto o tardi, in una donna scappa. Mai che nessuno di costoro si sia domandato se dietro ad una maternità ci sia anche una paternità: prima o poi ci arriveranno.
La realtà, quella vera e concreta, quella che io stesso ho misurato con accurate indagini, è del tutto diversa: una donna in azienda conviene, eccome!
Questa la ragione principale: mentre un uomo restringe e condensa tutta la sua energia nella sola attività lavorativa, la donna, invece, riesce a dare il massimo delle sue capacità ed energie nel lavoro, ma - ecco il punto ha ancora una riserva aurea che nessun successo o insuccesso lavorativo o imprenditoriale le potrà mai, e poi mai, togliere.
Ecco perché, quando il nostro Nord Est, nel 2014 soprattutto, ha vissuto la moria di imprenditori, non perché il Padreterno si fosse accanito contro costoro, ma perché essi e lo dico con il massimo del rispetto avevano preso la decisione fatale, ecco perché, ripeto, tale drammatica scelta ha coinvolto quasi esclusivamente i maschi.
È un fatto di natura, quindi biologico, oltre che culturale. Per natura la donna ha in sé il principio di vita.
Lei sola ha la capacità di ricreare la vita e ciò le conferisce una valenza che nessun successo (denaro, potere, notorietà) riesce a colmare. Per quanto la donna ottenga i risultati che anche un uomo può conseguire, la donna non è appagata: sa di avere in serbo altre possibilità, sa che lei è di più del solo successo. Poco importa che poi nella vita possa o non possa dare corso ad una maternità attraverso la generazione di un figlio: in lei rimane, comunque, intatta la riserva aurea del principio vitale che solo lei può trasmettere al futuro.
E ciò non è poco, perché questa consapevolezza agisce nella donna come un alimentatore continuo di energie, di fiducia, di creatività, che la donna non tiene gelosamente per se stessa, ma che è disposta a condividere. A patto che?
A patto che qualcuno si accorga di lei.
Dunque ora è il turno del maschio, al quale voglio porre alcune domande dirette: la tua compagna, collaboratrice, moglie, consorte, dipendente, eccetera, hai mai tentato di vederla - si direbbe con linguaggio anche aziendale - in modo olistico? Cioè, per te è solo una persona (spero non un numero!) che svolge una certa funzione e ricopre un certo ruolo, oppure è, come spesso si dice in modo poco consapevole, una vera risorsa? Al di là del ruolo aziendale, stabilito, spesso, da rigidi contratti, riesci a vederla come un mondo che merita attenzione e rispetto, ma anche conoscenza e valorizzazione?
Tutto sommato, dobbiamo mettere definitivamente a riposo il vecchio detto che chiama la donna "sesso debole".
Se lei è riuscita a navigare nei flutti della crisi e, tutto sommato (ripeto: ci sono dati alla mano!) ad uscirne meglio che il suo collega uomo, non è il caso di dire che lei è davvero la parte forte a cui il maschio deve guardare con maggiore e migliore attenzione?
Anch'io ho un sogno...
Non certo una società fatta da sole donne (quella dei soli uomini l'ho già sperimentata in caserma e prego Dio che non mi capiti mai più di incontrarla), bensì una società, e quindi anche le nostre imprese, in cui la donna possa ricoprire i ruoli apicali che il maschio ha tenuto finora gelosamente per sé.
A una condizione...
Che la donna non voglia scimmiottare il suo compagno, ma gestire, amministrare, intraprendere, creare, decidere lavorare da donna.
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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin