Essere se stessi è la condizione per poter vivere in modo pieno la propria vita, per sentirsi realizzati.
In breve: per essere felici.
Non è né uno slogan, né un pallido e nostalgico insegnamento di qualche maestro del passato. Già, si fa presto a dirlo! Mai i fatti poi si incaricano a smentire ripetutamente queste nostre pie intenzioni e i migliori sforzi si infrangono contro la rude e triste realtà.
Eppure in giro per l’Europa, in alcune business school di questa tanto vituperata Europa, ci sono addirittura dei master per imparare a vivere la propria vita, perfino nel lavoro più duro, all’insegna dell’essere se stessi. Ne ho visto una di queste scuole a Strasburgo, che reclamizza i propri corsi con il seguente motto: “Amiamo l’eccentricità; incoraggiamo ciascuno ad abbracciare le proprie emozioni a modo suo”.
Si badi bene: non è un motto apposto sopra una scuola per educande, ma in una business school!
Com’è possibile coniugare strategia, mission aziendale, gestione dei conti ed eccentricità?
Come coniugare il ragioniere con l’estroso? Il contabile con l’artista? Soprattutto per gli occidentali che, volenti o nolenti, sono eredi del fordismo, come si fa a mettere l’eccentricità assieme all’uomo giusto al posto giusto?
Si sono spesi fiumi di inchiostro per descrivere il ruolo e il valore della cosiddetta compliance, cioè la conformità a cui ogni reparto e ogni addetto devono attenersi in modo da garantire che tutta la nave faccia rotta verso la stessa direzione. E si è abusata la metafora della squadra, del team per dire un unico messaggio: cari signori, fate quello che volete, ma, quando c’è da remare, occorre che tutti remino nella stessa direzione e con la massima intensità possibile.
Già, ma qui sta il trucco o, se preferite, il tallone d’Achille. Come fare in modo che quattro, cinque, cento o perfino mille e più persone differenti (perché, non dimentichiamoci mai, stiamo comunque parlando di lavoratori che sono innanzi tutto persone in carne e ossa, con le proprie storie ed emozioni e tanto altro ancora!) ad un certo punto accettino di conformarsi agli ordini di uno o di pochi per dare il loro meglio al fine di raggiungere obiettivi che non sono i loro obiettivi, ma quelli dei cosiddetti stakeholders?
Finora che cosa si è fatto per rispondere a questa domanda? Si sono inventate miriadi di strategie, che vanno dal comando più imperioso fino al fronte delle motivazioni più accattivanti, in modo da far introiettare ad ogni lavoratore (chiamato in modi differenti: operaio, dipendente, collaboratore, risorsa umana) il convincimento che se lui profonde il meglio di se stesso per l’azienda, anche lui alla fine ne avrà un utile. Bene, la cosa ha funzionato certamente, ma non sempre e non ovunque e non con tutti.
Che cosa finalmente si è capito? Si può dire in breve, con le strofe cantate da Caterina Caselli nel 1966.
Ognuno ha il diritto di vivere come può!
Ovvero? Che ognuno porta sempre con se stesso un mondo interno fatto soprattutto di emozioni, desideri, sogni, aspettative, progetti e chissà quant’altro ancora! E tutto questo mondo è, alla fin fine, un enorme ammasso o potenziale di energia che non può restare sempre inespressa o, peggio, repressa. Questa va drenata, accompagnata, disciplinata, ma deve poter trovare un canale di manifestazione.
Altrimenti? Altrimenti avviene l’esplosione, nei modi e nei tempi che meno sono prevedibili e gestibili.
Dunque? Vanno trovate le vie per far sì che questo immenso potenziale possa dare i suoi frutti, sia per la persona sia per la comunità, azienda compresa. E come? Premiando non i sissignore, ma quelli che alzano la mano per dire, educatamente e onestamente, ma anche schiettamente, la loro. È una legge della vita, che la biologia ci ha illustrato e dimostrato in tutti i modi possibili e immaginabili. Andiamo alla radice della nostra esistenza senza menare tanto il can per l’aia: non è, forse, dal diverso, anzi dai diversi che siamo nati? E non cresciamo sempre in ambienti fatti da diversi? E la cultura, quella – capiamoci bene! – che dura e sfida i tempi e le mode, non è forse il sedimento per eccellenza del diverso?
Che cosa aspettiamo, allora, prima di dare anche alla nostra azienda un tocco di … eccentricità?
Che significa, dare un tocco di vera innovazione, vero cambiamento, quel cambiamento che tutti invocano e che pochi attuano, perché la maggior parte vorrebbe cambiare tutto, purché – come diceva il conte nel Gattopardo di Tomasi da Lampedusa - tutto resti immutato.
Ma il primo a iniziare deve essere chi sta a capo, perché – altra chicca di sapore antico – il pesce puzza dalla testa.
“Non ci siamo innamorati troppo di quello che facevamo. Ci siamo allenati a guardarci da fuori.”
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