342.131 milioni di euro.
Tanto vale l’export italiano nel 2018. D’altronde, con oltre sette milioni e mezzo di persone che abitano il pianeta e una stima di circa 200 milioni di attività d’impresa esistenti (nei soli principali Paesi del commercio mondiale che forniscono dati ufficiali), il numero di interscambi possibili raggiunge livelli inimmaginabili.
Quel via vai di camion nel limbo di terra incoronato dalle Alpi. Le navi che quotidianamente salpano e attraccano nei porti di Genova, Napoli, Venezia e Palermo. Gli aerei cargo, invisibili agli occhi del turista. Viaggiando sulle autostrade o in coda sui traghetti verso le vacanze al mare o in fila al checkin di un aeroporto, possiamo renderci conto solo di una millesimale parte dei traffici di materie prime, semilavorati e prodotti finiti che avvengo dentro e fuori i nostri confini.
Seppur contenuta per estensione e popolazione, e nonostante gli infiniti rallentamenti dettati da burocrazia, tasse e cavilli legali, negli ultimi dieci anni l’Italia è rimasta nella top ten dell’export mondiale, trascinata da settori di punta come l’agroalimentare, l’arredo design, la meccanica e l’automazione.
A livello provinciale, Milano, Torino e Vicenza si confermano il triangolo d’oro dell’export italiano, seguite da Brescia, Bergamo e Bologna. Treviso, Modena, Firenze e Verona chiudono le prime dieci in classifica, confermando la vivacità del tessuto imprenditoriale del Nord Italia.
“Dove?” ma soprattutto “come”?
La maggior parte della produzione che lascia il nostro Paese, circa il 65%, rimane ancora all’interno dei confini Euro o poco distante (ad esempio in Russia). Il rimanente viaggia per metà verso gli Stati Uniti e per metà verso l’Asia, ancora maggiormente in direzione dei Paesi del Sol Levante rispetto a quelli del Medio Oriente. L’Africa, invece, rimane una destinazione di nicchia, con solo il 4% circa del nostro export rivolto principalmente agli Stati settentrionali che affacciano sul Mediterraneo.
Per una PMI che sta muovendo i primi passi verso l’internazionalizzazione, o che vuole consolidare questa attività strategica, non è solo il “dove” ad essere determinante, ma soprattutto il “come”. Dando per scontato che l’impresa in questione abbia un prodotto e un’organizzazione adeguati alla missione estera e aggiungendo che sia già riuscita a identificare un potenziale mercato di sbocco, è il piano operativo ad essere determinante nel successo all’estero.
Proprio per parlare di questa variabile non del tutto indifferenze, ci siamo seduti al tavolo con:
Nord, sud, ovest, est.
Le rotte commerciali che si possono tracciare sono infinite. Le opportunità e i rischi, lo sono altrettanto. Qualsiasi sia il piano di sviluppo internazionale di una PMI è fondamentale munirsi di un solo bagaglio: la conoscenza. Di se stessi, del proprio potenziale e, soprattutto, del mercato in cui si intende approdare.
FONTE DATI: Ministero dello Sviluppo Economico (aggiornato a novembre 2018)
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