• 10 maggio 2018

Lavoro e Giovani: questo matrimonio s'ha da fare!

Filosofia in azienda

Per milioni di giovani italiani, anche istruiti, non c’è scampo: il lavoro per loro sembra una perversa congiura.

Ricordate il celebre passo manzoniano in cui i bravi, come emissari dell’Innominato, impongono al povero e codardo don Abbondio di non celebrare “né domani né mai” il matrimonio tra Lucia e Renzo?

Ebbene, una maledizione simile pare che aleggi intorno al tema del lavoro per i giovani in Italia. E quel che fa specie è che questa maledizione si abbatte soprattutto sui giovani italiani. Questo link, ne dà ampia documentazione: recente, diffusa, insistente quasi come un mantra perverso.

Vediamo di capirci qualcosa.

Giovani bamboccioni, giovani “choosy”: sono espressioni che hanno riempito le cronache della nostra recente storia, in quanto sono uscite niente meno che dalla bocca di illustri ministri della Repubblica.

Come a dire: il lavoro c’è, ma è colpa dei giovani se questi sono a spasso.

E di qui in poi non si risparmiano le critiche e le accuse: alla famiglia, che tiene i figli ovattati anche dopo i trent’anni; alla scuola che non prepara al lavoro (mistero incomprensibile, come se mentre studio italiano e topografia dovessi anche imparare a menare il tornio), alla politica che non sa predisporre adeguate misure di accompagnamento, eccetera. 

Da parte mia, le cose le vedo in questo modo. La partita, quella dei giovani e del lavoro, la vedo giocata fra almeno quattro giocatori, ciascuno con il proprio ruolo specifico: imprenditori, insegnanti (tutti, compresi i baroni dal doppio lavoro irregolare), famiglie, giovani. Comincio in ordine cronologico, ovvero partendo dal soggetto che per primo ha in cura i giovani.

  • La famiglia

Finché papà e mamma non hanno il coraggio e la bella abitudine di parlare schietto ai propri figli di come sia il lavoro che essi stessi svolgono, soprattutto delle difficoltà che incontrano e di come le superano o non le superano; finché dicono: “non voglio che mio figlio finisca come sono finito io” e altre simili amenità; finché, ancora, i genitori non fanno capire e toccare con mano che non tutto è possibile e che il bilancio familiare ha dei limiti oggettivi, ebbene c’è poco da sperare che i figli si facciano un’idea oggettiva e veritiera di come giri il mondo fuori dalle pareti domestiche.

  • I giovani

Finché non approfittano delle infinite (davvero infinite) opportunità, anche dal punto di vista informativo, che sono loro offerte per conoscere come si svolge il lavoro, come questo sia cambiato rispetto agli stereotipi che vengono loro propinati da modelli mass mediatici soporiferi; finche questi nostri ragazzi non accettano di sporcarsi le mani già cominciando in famiglia a farsi qualche callo; finché, infine, non imparano a fare il lavoro che c’è e non solo ad attendere quello che verrà: ebbene, saranno sempre a spasso.

  • Il sistema scolastico e universitario

Permane ancora una diffusa mentalità anti lavorista o anti industriale. Qui non si tratta di evocare schemi ideologici vetero marxisti; è un dato di fatto oggettivo, dipendente soprattutto, non esclusivamente, dal modo in cui viene selezionata la classe docente in Italia. Domandiamoci: chi è, nella media, il docente che calca le aule del nostro Paese? Un bravo signore ed una altrettanto bravissima signora che, dopo essere stati per decenni dalla parte dei banchi a scuola, sono passati, in seguito a qualche pratica concorsuale, dalla parte della cattedra, senza avere mai fiutato l’odore di un’officina. Ovviamente le eccezioni non mancano, ma, come disse il grande ministro dell’istruzione, uomo di impresa “prestato per pochissimo tempo alla politica” – come egli stesso disse – Giancarlo Lombardi, non è con le eccezioni che si fa un paese, ma “combinando massa con eccellenza”. Più banalmente, non è una rondine che fa primavera. Finché a scuola e in università il lavoro non diventa “campo culturale” – espressione che meriterebbe un intero trattato – gli studenti non introietteranno mai una vera conoscenza di che cosa significhi “entrare nel mercato del lavoro”.

  • Gli imprenditori

Qui il gioco si fa ancora più arduo. Mi limito ad una sola constatazione: la stragrande maggioranza di questi coraggiosissimi (perché per fare impresa, soprattutto oggi, ci vuole coraggio da capogiro!) capitani di impresa cerca ancora “l’uomo giusto per il posto giusto”, esattamente come faceva mister Ford agli inizi dello scorso secolo, come se nel frattempo tutto non fosse già cambiato, soprattutto la testa delle persone, le loro aspettative, la loro preparazione.

Vogliamo una prova? Se davvero i nostri giovani sono schizzinosi e domandano solo quale sarà la loro paga, come mai sono ambiti e corteggiati quando vanno all’estero?

Dunque, come si possono risolvere le cose?

Questa la mia realistica risposta: nel breve termine non si risolvono, quindi ci sarà ancora da penare, tutti, ognuno per il proprio ruolo. Ma, almeno ci possiamo predisporre affinché il male non diventi cronico.

In che modo? Facendo quello che ripetutamente invidiamo ai Paesi virtuosi, che poi sono composti, anche questi, da donne e uomini con un DNA perfettamente antropico.

Dobbiamo imparare a fare sistema.

Famiglia, figli, scuola, imprese non sono attori che recitano parti diverse in teatri diversi, ma sono tutti assieme i protagonisti di un’unica pièce, quella del benessere della comunità nazionale.

Lezione difficile da apprendere? Chi non lo fa è destinato a restare ai margini.  

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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