• 21 giugno 2018

Leggere fa bene (anche al portafoglio)

Filosofia in azienda

Ci sono due cose che mi fanno tremendamente arrabbiare e per le quali non trovo alcuna attenuante: l’indifferenza e l’ignoranza.

La prima, ahimè, dipende soprattutto dal fatto che l’indifferente è uno che ha la pancia piena, spesso non per meriti propri, e quindi è privo di reali sollecitazioni. Costui pensa di essere talmente sazio da non accorgersi che sta andando incontro alla sorte della rana, che, rammollita dal tepore dell’acqua dentro cui è stata posta, non si rende conto che intanto sta per lessarsi.

La seconda, l’ignoranza, non la trovo affatto giustificabile ai giorni nostri. Con tutti i mezzi, cartacei e digitali, che possiamo avere a disposizione, e per di più a costi veramente irrisori, constatare che – e prendo solo un aspetto - non si legge, la cosa mi fa imbufalire. Se, poi, passo a considerare le scuse addotte dai non lettori per non leggere, apriti cielo! Più banali, rozze, insensate, stupide e perfino dannose di quelle che circolano per giustificare che non si legge, non saprei trovare qualcosa di peggio.

Una per tutte: non c’è tempo.

Per evitare io stesso di perdere tempo, a costoro rispondo così: "se non trovi il tempo per la tua salute, dovrai trovarlo per la tua malattia". In altri termini, se non ti fermi alla pompa d benzina, arriverà sicuramente il momento in cui dovrai fermarti per mancanza di carburante.

Facciamo un paragone. Tutti gli operatori economici, quindi anche gli imprenditori in primis, hanno capito, e non da ora, che andare in fiera, soprattutto come espositori, è una cosa assai importante. Perché? Perché ci si espone, cioè ci si mette a confronto con tanti altri. È chiaro che la motivazione economica o quella, più in generale, di fare buoni affari è una leva fortissima, ma a nessuno sfugge quale sia la prima ragione di una fiera; lo dice la parola stessa: esposizione, che significa uscire dal proprio ambito ristretto per porsi davanti agli altri.

Ecco, un libro o una rivista svolgono la medesima funzione: sono una fiera in cui qualcuno espone le sue idee, le sue analisi, le sue intuizioni e spesso le sue esperienze. E lo fa non perché speri in un lauto guadagno.

Nonostante le promesse di fantasmagoriche entrate, sbandierate da moderni incantatori di folle, sono rare come mosche bianche le persone che possono vantare imperi economici costruiti sulla vendita dei propri libri. La motivazione profonda, anzi profondissima, che spinge uno scrittore a mettere nero su bianco le sue idee, è un’altra. È una spinta interiore a comunicare, a rendere partecipi gli altri di quello che egli stesso ha sentito, provato, sperimentato. E lo fa perché questo gli procura un enorme piacere, un piacere che va oltre alla semplice, quanto legittima, aspettativa di vedersi accreditare in banca qualche spicciolo. È il gusto di confrontarsi con colleghi, di comunicare a loro il suo mondo, quello che a lui è capitato, il problema che lui ha affrontato e come lo ha superato. È come se aprisse agli altri il suo tesoro di casa e non aspettasse altro che si entri.

A parte, però, quello che può riguardare lo scrittore, ciò che deve assolutamente essere compreso dai nostri operatori economici, spesso a corto di fiato, è l’insieme di vantaggi che derivano dalla lettura. Sono gli stessi che ognuno si porta a casa se va in fiera.

Aprire gli occhi, confrontarsi, misurare la sua situazione rispetto a quello che circola nel mondo.

Questa dev’essere la vera e primaria molla che fa scattare il desiderio, anzi il bisogno di prendere in mano un libro o una rivista.

Quando tra le mie dita stringo un libro, è esattamente come quando sono davanti allo stand di un espositore in fiera: lì c’è, a totale mia disposizione, un tale o una tale che mi aprono il loro mondo, mi confidano le loro scoperte, mi danno le dritte che essi per primi hanno messo sul banco della prova; mi regalano la loro esperienza.

Ad una condizione, però: devo dedicare un po’ di tempo.

Mi spiego. C’è una bufala che circola: la lettura veloce. Certo, si può leggere velocemente, come si può mangiare una pietanza in tutta fretta: hanno inventato perfino il fast food, che vuol dire: sbrigati a mangiare! Ma è la stessa cosa che gustare un buon piatto? Oppure, se mi aggiro per una fiera con i minuti contati è come se, invece, mi soffermo con il giusto tempo e parlo nel dovuto modo con chi ha fatto migliaia di chilometri per essere a mia disposizione? 

Con la lettura è esattamente la stessa cosa.

Le parole, che uno ha scritto nel libro che ho tra le mani, sono state pesate, scelte, centellinate, calibrate, messe giù in quell’ordine perché c’è un motivo preciso, hanno una logica, mirano ad uno specifico obiettivo. Tutto questo mi sfugge se – come qualche imbonitore a caccia di successo vorrebbe insegnarmi – io scappo perchè ho fretta. A questo punto, risparmiati di pagare il biglietto di ingresso, non entrare in fiera; piuttosto prenditi una boccata d’aria e magari riaccendi i tuoi pensieri da cui forse ti eri disconnesso.

Dunque, leggere fa bene? Fa benissimo!

purché non sia una cosa rara, eccezionale, una specie di scorpacciata che faccio al mio stomaco dopo un lungo digiuno. No, in questo caso fa più danni che benefici. Leggere dev’essere come l’alimentazione: ogni giorno, con costanza, in qualunque condizione. Non si mangia, forse, quando piove e quando fa caldo? Quando siamo stanchi e preoccupati?  

Leggere è una relazione, un rapporto, una comunicazione: ma con una enorme differenza qualitativa. L’autore è sempre lì, a mia disposizione, pronto a farsi interrogare da me. Il suo silenzio è una miniera da scoprire e, soprattutto, da utilizzare.

Entraci!

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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