• 02 marzo 2017

L'Italia e l'Economia del Dono

Filosofia in azienda Formazione

Italiani brava gente: non è solo il film uscito a metà anni Sessanta sulla “campagna in Russia”. È una caratteristica di cui, con un certo meritato orgoglio, possiamo fregiarci, ovviamente con moderazione e discrezione.

Ce lo confermano anche i dati seguenti, che illustrano una particolare forma di economia che va e va … alla grande!

L’economia del dono.

Infatti, anche nella lunga crisi, gli italiani hanno continuato a donare. I fondi raccolti da molte associazioni non profit e organizzazioni umanitarie sono aumentati in modo considerevole. Tra il 2007 e il 2015 Save the Children Italia è passata da 15,2 a 80,4 milioni di euro (+428,9%), con il numero di sottoscrittori aumentato da 137.328 a 408.500 (+197,5%), Emergency da 23,3 a 51,9 milioni (+123,3%), Medici senza frontiere da 35,9 a 52,3 milioni (+45,9%).

Le raccolte tramite sms in occasione degli ultimi terremoti evidenziano una crescita dell'impegno economico delle famiglie: 2 milioni di euro per il terremoto del Molise (2002), 5 milioni per quello dell'Abruzzo (2009), 14 milioni per quello dell'Emilia Romagna (2012), 15 milioni per il sisma del Lazio, Umbria e Marche del 2016.

Che cosa imparare da questi dati?

A mio parere almeno due cose: 

  1. Non è vero che siamo un popolo di individualisti o che siamo una nazione divisa e poco coesa. Siamo, invece, un popolo che ha un forte senso della solidarietà e che mantiene ancora una base solida di principi etici e civili.
  2. Siamo, tuttavia, un popolo che ha sempre bisogno di forti scossoni per svegliarsi, per tirare fuori il meglio di sé, per mostrare la parte più bella di sé.

Per non cadere nel campanilismo di piccolo conio, voglio qui indicare un esempio grandioso, indiscutibile, che il mondo intero ci invidia: il Rinascimento. Nei secoli quindicesimo e sedicesimo, il nostro Paese non esisteva come stato unito e indipendente, ma eravamo – secondo la tremenda ma realistica espressione di Dante nel VI° canto del Purgatorio – “serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta”. Eppure proprio in quegli anni abbiamo dato a noi stessi e al mondo universo i più grandi capolavori dell’arte. 

Domanda: dobbiamo aspettarci sempre il peggio per mostrare il meglio? Come dire, un’azienda deve essere costantemente sull’orlo del fallimento per progredire?

Se, una buona volta, imparassimo a non dilapidare le ingenti risorse, soprattutto immateriali, di cui disponiamo, e dessimo prova di saggezza?

Come?

  • Sapendo gestire e trasmettere al domani il capitale (sociale, artistico, paesaggistico) che in massima parte abbiamo a nostra volta ricevuto da chi ci ha preceduto.
  • Generando beni e servizi durevoli e sostenibili, che sono la premessa necessaria per generare quell’economia reale, che ci salva dai danni dell’economia speculativa.

Dobbiamo imboccare la strada che gli studiosi chiamano economia di relazione, economia di dono, economia circolare: tutte belle espressioni che mettono in evidenza una cosa: l’attenzione all’altro.  

In pratica, passare dal prodotto al bisogno.

Concretamente, occorre passare dal fare pubblicità del nostro prodotto – intendo quella pubblicità esasperata che addirittura deturpa il paesaggio e disturba la semplice fruizione di un film – al fare conoscenza dei bisogni (degli altri, delle comunità, dei Paesi).

Perché? Per la semplice ragione che la maggior parte della pubblicità attuale è banalmente autoreferenziale; cioè, spende montagne di risorse per mostrare che cosa viene fatto. Ma quanto si spende per conoscere veramente che cosa serve fare?

Serve un cambio di rotta.

Che questo auspicio ci accompagni durante le opere e il tempo che ogni giorno ci viene regalato.

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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