Lo sappiamo tutti e lo sappiamo dalla notte dei tempi.
Il mercato è il luogo, sia reale sia virtuale, in cui si incontrano domanda e offerta per lo scambio di cose o servizi, chiamati beni. Ciò significa che uno compera o vende qualcosa che ritiene possa essere utile o addirittura necessario per sé o qualche altro, qualcosa che, per l’appunto, sia un bene. E così si sono sviluppati, da secoli immemorabili, forme e istituti per regolare o irreggimentare queste transazioni.
Oggi, poi, sappiamo che in questo frenetico scambio o incontro tra domanda e offerta si sono inseriti non solo i beni, ma anche i desideri.
Anzi nel mercato sono più numerosi i desideri che i beni. Una prova? Eccola.
Nell’anno 1900 una famiglia italiana, composta da cinque membri, durante tutta la vita dei suoi componenti, usava e conosceva non più di 200 oggetti. Cento anni dopo, una famiglia costituita da quattro persone usa e conosce 200.000 oggetti, senza contare tutto l’insieme di cose appartenenti al mondo informatico, telefonini compresi. Una bazzecola: solo 3 zeri in più!
Allora come la mettiamo?
Vuole, forse, dire, che nel Duemila abbiamo davvero necessità di questa valanga di cose per vivere?
È ben vero che oggi, rispetto ai nostri nonni o bisnonni di cento anni fa viviamo mediamente vent’anni di più; ma questo semplice prolungamento dell’arco temporale da solo non giustifica un uso così ampio (io direi spasmodico) di cose.
Dove sta il busillis?
Nel semplice fatto che al mercato si vendono o si comperano soprattutto desideri.
Ovvero oggetti che non servono a soddisfare bisogni, bensì ansie, voglie, aspettative, appagamenti, tendenze: desideri, appunto.
Fino a qui, tutto ok. Ma una domanda non può essere elusa: si può pretendere che tutti questi beni siano anche “bene”, ovvero che facciano bene, che generino bene? Che cosa lo impedisce? Nulla, se non la nostra miopia.
Esempio: quando si vuole vendere un prodotto o un servizio, prima di persuadere il potenziale acquirente usando tutte le astuzie che la moderna prassi di vendita suggerisce, abbiamo fatto lo sforzo, serio e onesto, di conoscere davvero di che cosa il nostro interlocutore ha bisogno?
Ovvero, il nostro desiderio di vendere incontra il suo bisogno?
Rispondere a questa domanda fa la vera differenza tra vendere un bene e vendere il bene. Chi lo fa, sta bene, anzi molto bene.
Crescere sembra implicare il cambiare continuamente. Costruire, invece, richiede tempo, continuità, tenuta. Richiede relazioni lunghe.
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