Non è un caso se sempre più frequentemente torna nel dibattito italiano il tema della meritocrazia.
Ovvero, in parole semplici, dare incarichi importanti, sia nel settore pubblico come in quello privato, a persone che abbiano veramente le competenze per ricoprire e gestire al meglio quei ruoli.
A questo proposito mi piace proporre una breve e semplicissima riflessione che nel 1969 pubblicò il grande psicologo canadese, Laurence Peter, nota come principio di incompetenza. Si tratta di questo:
"In ogni organizzazione gerarchica le persone capaci vengono promosse di grado fino a ricoprire un ruolo in cui sono incompetenti".
Paradossale, ma vero!
Se uno dimostra di essere bravo a fare un certo lavoro, che cosa si fa normalmente (dico normalmente, cioè quando non subentrano parentele, raccomandazioni o altro)?
Gli si affida un incarico di maggiore responsabilità, per il quale, però, non è detto che il “promosso” abbia ancora talento. Di questo passo, si avranno ruoli ricoperti da persone che non ne hanno le capacità e quindi la società (azienda, istituzioni, eccetera) sarà composta da persone incapaci.
È come dire: ogni strumento, che funziona per un certo compito, lo si impiega in un compito più difficile, con il risultato che quello strumento alla fine si romperà. Quindi...
Nella società si assiste ad una corsa generalizzata verso il grado di massima incompetenza.
Merito, competenze, capacità, responsabilità: una quaterna che una persona deve essere in grado di dimostrare quando occupa posti dal cui andamento dipendono scelte e vite altrui.
Sì, perché decidere, sia in una impresa privata – che, comunque, non è mai solo una cosa “privata”, nel senso di essere un piccolo affare del tutto riservato ad un solo soggetto – sia soprattutto nel settore pubblico, significa incidere, anche pesantemente, sulle sorti di tante persone e perfino sul destino di un intero Paese. Il caso Adriano Olivetti fa scuola!
Allora, come non deciderci, noi popolo italiano, una volta per tutte, a mettere da parte il sangue, il parentado, le appartenenze di nicchia, e prendere in mano, finalmente, la bandiera a tre colori, che sono:
Il bianco della competenza, il rosso della capacità e il verde della responsabilità?
Finora è stato come scalare una montagna dalla vetta irraggiungibile; ma non dispero, perché la storia mi insegna che non c’è stato un solo record che qualche serio atleta non abbia alla fine battuto.
“Non ci siamo innamorati troppo di quello che facevamo. Ci siamo allenati a guardarci da fuori.”
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