Chi siamo. La Finesso Style ha una storia avviata da papà Bruno, che dal 1963 fornisce alla comunità del suo paese, Terrassa Padovana (PD) i servizi tipici del fabbro ferraio, servizi, quindi, legati essenzialmente all’agricoltura. Si conquista e consolida una forte reputazione sia per la perizia nel lavoro, sia per i valori, umani prima ancora che artigianali, che sa manifestare in modo del tutto spontaneo.
Del contesto agricolo il bravo artigiano del ferro assume ed accetta anche alcune modalità economiche tipiche del fare bottega nei decenni scorsi, come, ad esempio, l’essere remunerato a fine stagione, al momento della chiusura dei raccolti agricoli, generalmente in coincidenza con la festa di san Martino.
Principi ispiratori. Nell’impresa artigianale tradizionale di Bruno, come in quelle di tanti artigiani che da secoli hanno caratterizzato l’economia di gran parte dell’Italia, in particolare del Nord est, i valori non sono una cosa distinta dal modo usuale e spontaneo del vivere e del lavorare.
Onestà, fedeltà alla parola orale data senza necessità di fissare su carte bollate o notarili i termini dell’intesa, rispetto dei tempi e delle specifiche di lavorazione, maestria nell’esecuzione, solidità e consistenza nella lavorazione, rispetto dei ritmi naturali del tempo, delle stagioni e delle festività, familiarità e cordialità nelle relazioni interpersonali: questo il setticlavio della musica fabrile, che garantiva, oltre tutto, una perfetta armonia e corrispondenza tra vita familiare e vita lavorativa.
Che cosa facciamo. Il figlio Dario sente l’attrazione per il mestiere, ma intende fare impresa in modo diverso, moderno, allargando le lavorazioni anche al settore industriale. Quindi, dopo il servizio militare ed una breve esperienza come dipendente, espone al padre il suo desiderio di intraprendere una nuova strada.
Con grande sorpresa, trova nel padre un appoggio straordinario e quindi Dario si lancia nel lavoro. Esperienza del padre e tanta voglia di fare, unite a sicura accortezza, sono il viatico per partire. Dal piccolo magazzino iniziale, pian piano si estende ad un capannone in perfetta regola, 600 mq, dove produce infissi. Si fa conoscere ed apprezzare sia tra i privati sia tra le imprese, in regione Veneto e fuori.
Serietà, precisione, maestria, attenzione alle richieste del cliente: il quadrinomio del suo successo. Il personale, otto collaboratori oltre alla famiglia, è la dimensione esatta per giungere agli obiettivi di volta in volta prefissati. Il trend di crescita si attesta annualmente attorno al 10%.
Fino a quando? Fino al fatidico 2008, annus terribilis per l’economia in generale. Un settore, strategico per la Finesso, va in crisi: l’edilizia, cui appartenevano la quasi totalità dei committenti. Data la solidità dell’azienda, si riesce a resistere per qualche anno, fino a quando si tocca il fondo nel 2012, perché un grosso committente va in concordato, trascinando con sé anche la Finesso.
Passaggi critici. A questo punto i dubbi assalgono la mente di Dario: dove ho sbagliato? Continuare o mollare tutto? Cambiare completamente settore o insistere sullo stesso? La situazione continua a peggiorare, fino a quando Dario giunge a porsi un altro tipo di domande, relative alla persona: io, che finora ho guidato una squadra, chi sono come persona? E i miei collaboratori? E i miei clienti? Di questo passo arriva a capire una cosa fondamentale: finora la persona non era al centro dell’attività imprenditoriale.
La persona, anche la sua, veniva intesa come una merce di scambio: era un semplice strumento d’uso. “Io, confessa Dario, mi sentivo usato senza che me accorgessi”. Ma la sorpresa aumenta quando si accorge che perfino tra i suoi più stretti collaboratori si nascondeva qualcuno che non remava nella direzione comune, qualcuno che vedeva il lavoro come semplice mezzo per garantirsi uno stipendio, qualcuno che non si era nemmeno accorto degli sforzi che l’azienda aveva fatto per non lasciare a casa nessuno nonostante i tempi contrari. E di qui parte la ripresa.
Come si riparte. Da una seria constatazione: “L’azienda era diventata la mia gabbia!” Quindi iniziano la operazioni per liberarsi. In primo luogo un’azione forte, costante nel tempo, di ritrovamento di se stesso, attraverso incontri con persone che stavano facendo un analogo percorso di liberazione.
Ecco il gruppo Imprenditori Liberi (Castelfranco Veneto) ove trova esperienze simili, ma soprattutto persone convinte di dover prendere esse la guida della propria vita, quella personale prima di quella imprenditoriale o professionale. Perché la vera ragione del malessere precedente consisteva essenzialmente nel fatto che l’imprenditore era una preda del proprio business, talmente preda che non si era mai accorto che attorno a sé aveva solo cacciatori, piuttosto che collaboratori.
Poi l’incontro con Business Channel, che lo porta a lavorare su di sé come persona che imprende, in modo da dare un’anima al fare impresa. Tutto ciò lo porta da una serie di decisioni, spesso dolorose. Convoca i suoi dipendenti (che ancora non avevano colto il valore di essere collaboratori di un progetto di impresa) ed espone loro il suo progetto: fare dell’azienda una cosa comune, una causa condivisa, un obiettivo per cui valesse la pena collaborare, ovviamente in modo libero.
E qui si rivela automaticamente la diversa mentalità di quelli che fino ad allora avevano comunque goduto della sicurezza dello stipendio: oltre la metà si ritira e rimangono i tre che hanno sposato il progetto, oltre, naturalmente, alla famiglia intera, nella quale, nel frattempo, era entrato anche il figlio Mattia poco più che ventenne.
Con il nuovo assetto, di cui Dario è solo consulente senior, la squadra è così composta: un amministratore, tre soci, un dipendente ed un consulente, con i quali la Finesso Style riesce a soddisfare le commesse, che nel frattempo hanno ripreso con successo. Un aspetto importante è stato messo in chiaro: non fare più da banca ai committenti, ma pagamenti in modo tale che ogni fase della lavorazione sia adeguatamente coperta dal flusso finanziario corretto. Era, in sostanza, il cambiamento radicale rispetto all’eredità del vecchio modo di operare, quando il fabbro ferraio acquistava e produceva in attesa di san Martino.
AdHoc Consilia. L’incontro con il fondatore di Ad Hoc, Giordano Agrizzi, ha costituito un momento di fondamentale importanza per Dario. “Mi ha messo il coltello nella piaga, perché mi ha portato a riflettere su di me come persona, prima che come uomo di affari”. E di qui l’avvio di un lavoro, ancora in corso d’opera (“Non si finisce mai di migliorare se stessi”), sulla strada del cambiamento consapevole di sé, in modo da essere promotori di energia positiva.
Ricevuta come e dove? “Dagli incontri con i colleghi di AdHoc, tutte persone positive, solari, aperte, fiduciose, collaborative”. Risultato? “Ho ritrovato il sorriso, comprendendo che prima, benché fosse certa la crisi economica e finanziaria del sistema generale, ero io il problema. Anzi, quando mi presentavo da un cliente sembrava che nella mia fronte fosse scritto: io sono un problema”.
Tutto questo si concretizza in un modo di fare impresa che garantisce sia l’aspetto economico, sia la soddisfazione complessiva della persona. “Ora sto meglio, ed ho ripreso ad avere tempo per me e per la mia famiglia, tanto che quest’anno posso finalmente permettermi di andare in ferie per un tempo piuttosto prolungato”.
Ne vale la pena? Cambiare perché? Non costa? Non era meglio mollare tutto? “No - dice Dario - perché abbiamo una sola vita, questa, e vale davvero la pena viverla donando se stessi come persone che ispirano il cambiamento verso il meglio”.
E questo Dario lo fa anche dedicandosi ad azioni di volontariato come imprenditore, ad esempio collaborando con altri colleghi a sistemare un edificio montano adibito a luogo di formazione per persone che desiderano trovare un senso profondo al proprio essere in questo mondo.
Grazie, Dario!
“Non ci siamo innamorati troppo di quello che facevamo. Ci siamo allenati a guardarci da fuori.”
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