• 27 ottobre 2016

Utopie e sogni

Dire ad un imprenditore, soprattutto di questi tempi, che è ora di sognare, beh, è dura! Dirgli, poi, che è ancora meglio che lui abbia una sua utopia, è roba surreale.
Appunto, è surreale! Ma chi ha mai detto che le cose surreali alla fine non siano quelle più reali, concrete, pratiche e perfino utili?
 
Personalmente, mi spingo oltre: le cose surreali sono addirittura necessarie, soprattutto quando si è a corto di ?benzina. Basta fare i conti con la realtà.
 
È innegabile che attorno a noi si respira un?aria pesante di insicurezza, incertezza, indecisione. E le colpe, a dir di molti, è facile trovarle: la crisi, la globalizzazione, i mercati, i concorrenti e, non ultimo, il governo.
 
Nessuno, dico nessuno, che si domandi: ma io in questo ?cavolo di momento della mia vita e della storia, che cosa ho in mente? Dove voglio andare? Che traguardo ho davanti a me? In una parola: quale sogno voglio realizzare? E siccome per noi italiani la parola sogno vuol dire spesso qualcosa di fantasioso, sostituisco sogno con utopia.
 
Peggio ancora, direte. E invece niente affatto! Utopia è un termine terribilmente concreto, ovviamente se compreso nel suo vero senso, che non è inventato da nessuno, ma che deriva unicamente dall?origine della parola.
 
Utopia, come infinite altre parole che usiamo inconsapevolmente, è una delle perle del vocabolario che ci hanno regalato gli antichi Greci. Essa vuol dire due cose, a seconda di come si intende la prima vocale, ?u?. Da un lato, vuol dire un luogo che non esiste ancora, ma nessuno assicura che non potrebbe esistere da qualche parte o in qualche altro tempo. La scienza è piena di questi luoghi che poi sono stati scoperti. L?esempio di qualche settimana fa è la scoperta di un pianeta simile alla Terra, chiamato Proxima Centauri b, dove pare esserci le condizioni per l?abitabilità umana.
 
Ma vi è un secondo significato di utopia, che ci segue molto da vicino come la nostra ombra. Utopia è qualcosa di buono, talmente buono da attirarci con la sua forza. È una meta dove desideriamo vivamente arrivare, un obiettivo che con tutte le forze vogliamo fare nostro. E qui gli esempi sono infiniti, personali, forti a seconda di come uno li vive.
 
Ebbene, la tristezza di cui parlavo sopra, che avvolge gran parte del nostro vivere quotidiano, si supera proprio grazie a questo secondo significato di utopia. Nella misura in cui io ho trovato o mi sono dato qualcosa  che mi attira, allora dentro di me si scatena un mare di forze, fatto di volontà, resistenza alla fatica, sopportazione del dolore, che costituisce per me la benzina quotidiana con cui affrontare la mia navigazione.
 
E funziona, eccome! Ma spesso siamo noi a non crederci, perché, ahimè ancora, siamo persone di veduta scarsa, troppo ravvicinata, abituati a investire a breve e a cercare il nostro tornaconto immediato. Ci dimentichiamo, insomma, che i grandi, ma grandi sul serio, hanno ragionato in modo assai diverso.
 
Un esempio. Uno dei guru delle vendite (La Bibbia tascabile del venditore di successo), Brian Tracy, canadese, classe 1944, ha fatto come suo motivo guida, anche professionale, questa idea: investi sugli altri, su quelli con cui collabori; cerca il loro vantaggio e il tuo ne verrà fuori di conseguenza. Una delle sue massime lezioni è condensata in questa frase:
 
Mostrate al cliente in quale maniera il valore d?uso che ottiene dal vostro prodotto o servizio è superiore al valore monetario: questa è la chiave della vendita. 
 
In altre parole, cerca di soddisfare ciò di cui hanno bisogno le persone che ti stanno davanti, piuttosto che di piazzare alle persone quello che tu vorresti. Oppure, ancora lo stesso Tracy: Concludete ogni incontro dicendo (e poi facendo per davvero): Mi prenderò cura di ogni particolare che voi mi avete domandato.
 
Per andare avanti, ecco un?utopia che ognuno potrebbe fare propria: diventa ciò che pensi.
Domanda indiscreta: di te che cosa pensi?
 

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Lino Sartori - Filosofo AdHoc - website - linkedin

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