• 15 febbraio 2018

Ascoltare: un uomo, molte storie

Testimonianze

Sono Giordano Agrizzi.

Professionalmente nato e cresciuto negli anni ruggenti dell'imprenditoria veneta.

Ero a capo della tipica azienda del mobile, come ce n'erano tante: uno dei piccoli miracoli targati anni '80, in cui si progettava il futuro con la sigaretta in bocca, si sagomavano le nuove forme dal design internazionale, si saldava con la fronte bagnata dal sudore della vita in capannone, si sgambettava in fretta tra i magazzini, con la merce pronta a partire per 72 diverse destinazioni nel mondo.

Poi, la crisi. Non tanto la crisi economica, ma più che sia...

Una crisi di non ascolto.

Lavoravo come un forsennato, giravo e correvo come una trottola, seguivo e inseguivo mercati in tutto il mondo (Giappone compreso) in un'epoca in cui ancora non c'era Internet (ma tutt’al più il fax) e gli smartphone erano utopia. E così, di anno in anno, guardavo fuori. Ero fuori. Venivo preso da altro, ma non da me stesso.

In realtà, non sapevo che cosa mi stesse succedendo, perché non avevo le forze - ma soprattutto il tempo - per vedermi dentro.

I miei occhi erano tutti puntati sull’esterno, che si faceva sempre più ampio e dilatato, e così mi distoglievo sempre più da me stesso. Continuavo a rincorrere gli anni del boom economico, quando bastava presentarsi in una fiera per portare a casa tonnellate di ordinativi.

La rottura con il passato.

Ero figlio d’arte. Da parte di padre, classico "fabbro di paese" (il factotum delle varie piccole comunità della mia zona, la Pedemontana dell’alto trevigiano), avevo imparato i primi rudimenti e la passione del lavoro, del lavoro preciso e ben fatto. Da parte di madre, "sarta-imprenditrice" dedita al servizio delle famiglie dei vari paesi circostanti, sapevo che lavorare voleva dire non avere orari, essere disponibili in qualsiasi momento alle richieste di quelli che allora non si chiamavano nemmeno clienti, ma paesani, conosciuti per nome e cognome, ciascuno con la sua storia.

Terminata la scuola - che ho avuto modo di seguire fino al conseguimento del diploma di perito industriale – sono subito entrato in bottega, che, però, sentivo stretta per me. Volevo fare qualcosa di mio, di più grande.

Se hai fondato un'attività, la conosci bene, quella voglia di fare qualcosa di totalmente tuo, uscito dalla tua testa e dalle tue braccia. Questa volontà, naturalmente unita all'ardimento e alla presunzione del tipico carattere giovanile, mi ha portato a dare origine alla mia impresa del mobile.

Ho avuto la fortuna di vederla crescere, sia in dimensione di addetti, sia in metratura di capannone, tanto che mi sono dovuto spostare dalla mia bottega di famiglia in una zona industriale, un po’ più a valle, nell’Asolano.

Un giorno, per caso, un'illuminazione improvvisa, mentre ero alla guida della mia auto.

Un sintomo evidente di un malessere che covavo dentro da tempo: io non vivevo più per me stesso. Mi resi conto, d'un tratta, di vivere come dentro a un turbine che mi travolgeva e che, quando alla sera rincasavo, non avevo nemmeno più la serenità di guardare in volto i miei tre figli.

Perfino l’azienda, la mia azienda che mi ero coccolato come mia creatura prediletta, mi era diventata insopportabile. Entravo al mattino in ufficio e, non solo mi pareva di entrare in un luogo a me sconosciuto e indifferente, ma mi prendeva un malessere interiore che ad un certo punto mi ha fatto decidere per una scelta radicale.

Verso l'evoluzione.

Conscio finalmente della profondità del mio dolore, ho deciso senza troppi ripensamenti, che dovevo cambiare totalmente stile di vita. Perchè, in fondo, era proprio quel modo di vivere (la vita e l'impresa) che non riuscivo più a digerire.

Così ho venduto tutto: baracca e burattini. E mi sono messo alla ricerca di me stesso.

Ho iniziato con il pormi delle domande: "Tu, Giordano, ti conosci veramente? Sai come funzioni nel tuo interno, nella tua psiche, nel tuo cervello? E se non lo sai, come pretendi di guidare gli altri, i tuoi collaboratori? "

Ho capito che, prima di tutto, l’imprenditore deve essere una guida per i suoi collaboratori. Questo, per me, è il significato di essere leader. Il leader è una guida, un punto di riferimento, uno che è davanti agli altri per poterli far avanzare verso mete utili, interessanti.

Ma come potevo pretendere di guidare altri se manco sapevo come io per primo funzionavo? E così mi sono messo a guardarmi dentro e a guardare altri che, prima e meglio di me, avevano costruito con successo non solo le loro imprese, ma soprattutto le loro vite.

Dopo anni di studi, di ricerche e di confronto continuo, ho deciso di racchiudere questa mia esperienza in un percorso continuo di miglioramento. E soprattutto di condividerlo con gli imprenditori e i professionisti che si identificano in questa mia storia.

Così è nato il gruppo AdHoc Consilia.

Ma questa, è un'altra storia.

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Giordano Agrizzi - Presidente AdHoc - website - linkedin


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