Si fa un gran blaterare di "cambiamento", ma poi, in realtà, pochi sono quelli che cambiano veramente.
Allora, a chi tocca cambiare? E, soprattutto, cambiare che cosa?
Queste sono le considerazioni che da molti anni mi vado facendo, soprattutto da quando ho constatato che la mia vita è evoluta (in meglio) dal momento in cui ho deciso di mettere mano seriamente alle mie abitudini più semplici e quotidiane.
Primo passo: il cibo.
"Dimmi quello che mangi e ti dirò chi sei": non era soltanto un motto del celebre gastronomo francese Savarin, vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento. La correlazione, tra l’abitudine del cibo e il nostro modo di vivere, è una constatazione che ho sperimentato su me stesso, quando ho cominciato a capire perché mi alimentavo in un certo modo. Facevo delle azioni meccaniche, inconsce, che consideravo cosa ovvia e senza alcun peso per la mia vita: ad un certo punto, però, ho iniziato a riflettere, chiedendomi in tutto questo processo che cosa facesse il mio cervello.
In buona sostanza, anche l’azione naturale e talmente scontata del cibarmi, è diventata per me un’occasione di riflessione. Perché mangio determinate cose? Perché quando mangio mi lascio prendere dalla pancia e non dal cervello?
Sembrerà strano, ma ho iniziato a cambiare proprio togliendo il primato della mia nutrizione alla pancia e dandolo, invece, alla testa. Perché ho capito che, contrariamente, non sarei stato io ad avere la guida né mio corpo, né della mia vita.
Controllando la mia alimentazione ho sentito in me una sana leggerezza, una sorta di padronanza della mia persona che mi rendeva più libero. Avevo netta la consapevolezza che qualcosa stava pian piano mutando in me, che stavo prendendo in mano le redini della mia vita.
Per la prima volta, la mia capacità di autodecisione è aumentata: non era più il cibo o la fame a indirizzare il corso della mia giornata, bensì ero io che stabilivo quale ruolo dare al mio corpo e quale al mio spirito, alle mie emozioni e, soprattutto, al mio cervello. Avvertivo che in me si stava verificando una nuova centratura: al centro vi era davvero tutta la mia persona.
In passato, il cibo incontrollato aveva la perversa tendenza di mettere al primo posto della mia vita una sola parte della mia persona (ponendo dietro le quinte tutto il resto). Questo, un po’ alla volta, mi era diventato insopportabile: mi sentivo come un cavallo senza briglie, fuori controllo, alla mercé di un piatto o di una bevanda. Poi, con il controllo della mia alimentazione, mi sono risentito padrone di me stesso: una la conquista che sono certo di avere fatto e che desidero condividere con tante persone.
Mi sono immediatamente sentito alleggerito, esattamente come quando vai in montagna con uno zaino pesante e, arrivato alla cima, te lo togli dalle spalle e avverti il sollievo della mancanza di peso.
Il passo successivo del cambiamento? La consapevolezza.
Da qui è maturata in me la coscienza della consapevolezza, una cosa piuttosto complicata ma vera e sperimentata.
Quando sei tu ad avere in mano le briglie della tua vita, scatta ila sensazione che sei tu e solo tu ad avere il controllo della direzione che vuoi prendere. E in ogni istante sei cosciente di quello che stai facendo, del perché lo stai facendo e, quindi, anche delle conseguenze di quello che stai facendo. Posso dire che cominci a vedere chiaro davanti a te.
Arrivi a scoprire, con molta lucidità, le cose che non vanno e che prima, invece, facevi tranquillamente. E allora scatta un desiderio forte e intenso di darti una nuova condotta. Ti viene spontaneo fare una specie di lista delle cose da non fare, di quelle su cui insistere e pian piano inizi a darti delle mete quotidiane, ravvicinate, da raggiungere.
E infine? Il tempo.
Trova il tempo per te stesso. Ecco, questa ritengo essere stata per me la conquista che vale un tesoro.
Prima non avevo tempo per me, nel senso che ero talmente preso dalle mie occupazioni di vario genere, che non mi rimaneva un solo istante per rientrare dentro di me e farmi chiarezza. Ora, invece, ho deciso che non posso iniziare la mia giornata se prima non mi sono riservato tempo per me stesso.
Ogni mattina, alzandomi verso le cinque, faccio la mia camminata all’aperto. Poi dedico del tempo alla lettura di qualche libro che mi sostiene in questa direzione e così ottengo lo straordinario risultato di unire tutte le parti del mio essere: corpo, spirito, emozioni, razionalità. È come se mi allenassi per oltre un’ora e mezza per essere pronto poi ad entrare nel mondo delle relazioni.
In buona sostanza, nel tempo ho capito che non potevo assolutamente creare relazioni positive di alcun genere con gli altri, anche nel lavoro, se prima non mi ero posto in relazione con tutto me stesso.
Il cambiamento deve partire necessariamente da te.
Certo, in tutto questo processo - che, vorrei ribadire, è continuativo e non cosa di qualche breve stagione – occorre seguire e attuare il motto di Gandhi: “sii tu stesso il cambiamento che vorresti vedere negli altri”.
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